Cronache a memoria di blog

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Centro Direzionale Caffè Moak

P1080994Arriviamo a Modica in ritardo, abbiamo sbagliato strada e siamo arrivati facendo un tragitto lungo strade di campagne con chilometri di muretti a secco. C’è appena il tempo di cambiarsi, l’appuntamento è alle 18.
Quando arrivo nella hall dell’albergo ci sono già tutti, o almeno così mi pare perché è affollata. È un albergo piccolo, moderno e molto curato, un bell’ambiente. Mi guardo intorno e riconosco un viso soltanto: non ci conosciamo personalmente, ma ha un viso così bello, con due occhi verdi espressivi, è lei, Gaia, non c’è dubbio. Ci siamo conosciute su fb. Ci salutiamo cordialmente, siamo a condividere questa avventura.
Ci avvertono che il pullman che ci porterà al Centro Direzionale Moak è pronto, prendiamo posto e si parte. C’è uno strano silenzio. Modica mi sembra una città viva, c’è molta gente in giro e un bel traffico
Arriviamo in quella che di fatto è una fabbrica di caffè, Moak appunto, i cui proprietari “illuminati” (lei ha un sorriso bellissimo) promuovono iniziative culturali di vario genere. Il concorso, giunto alla XIV edizione e diventato un evento prestigioso, è appunto una di queste.
C’è un book shop, un bar, una sala dove è stata allestita la mostra dei lavori in concorso per la sezione fotografica. Girovaghiamo in attesa di entrare e iniziare.
Poi finalmente si aprono le porte dalla sala che ospiterà la cerimonia: è in penombra, al centro è illuminato il palcoscenico, intorno scaffali e sacchi di caffè, l’odore è buono e acre. Ci fanno accomodare. Noi finalisti in prima fila davanti, alle nostre spalle i giurati, dietro i posti riservati per parenti e amici e poi il pubblico, numeroso. Tutto si svolge con precisione ed efficienza.
È una cerimoni ufficiale e ha tutti i crismi dell’ufficialità e della forma, il che mi provoca una sensazione di disagio, non riesco a provare emozioni particolari, tranne la curiosità per un luogo così particolare per cui continuo a guardarmi intorno. A un certo punto realizzo che accanto a me ci sono facce sconosciute, così vedo Gaia e mi sposto accanto a lei, ci conosciamo appena, ma la cosa mi rassicura un tantino. Solo dopo mi accorgo di essere proprio nel centro esatto, di solito sono a mio agio quando sono defilata, qui sono nel posto sbagliato, ma ormai tant’è.
Entra Paola Maugeri, la presentatrice della serata, che è stata bravissima, visto che ha fatto viaggiare la serata per due ore e mezzo (non c’è niente di più noioso delle cerimonie di premiazione) a buon ritmo, senza appesantire troppo. Nessuno di noi ha idea di come si svolgerà la serata, è tutto a sorpresa.
Ci sono i siciliani VeiveCura, musica onirica che non saprei definire, molto d’atmosfera. Sul video scorrono immagini e colori. La testa è vuota. Il senso dell’attesa prevale su tutto, non so neanche bene di cosa.
Entra Alessandro Romano, un giovane attore. Comincia a leggere, alle sue spalle compare il nome Roberto Gerace, terzo classificato. È bravissimo. Roberto ha scritto un racconto in siciliano e Alessandro ne rende tutto il colore e la potenza. Bravo davvero.
Prosegue così: il premiato sul palco, i giurati. Si alternano musica e presentazione dei giurati. Il presidente della Giuria Mauro Covacich spiega la sua iniziale reticenza ad accettare la presidenza della giuria. Non so perché ma ho l’impressione che una certa perplessità ce l’abbia ancora addosso. Ma forse è solo la mia impressione.
Non so quanto tempo sia passato, sono in stato catatonico, quando rientra Alessandro e sento l’attacco del mio racconto….. Elide e Arturo. Balbetto… è il mio. Sono seconda dunque. Mentre ascolto provo una sensazione che ho già conosciuto: quelle parole che pure sono uscite dalla mia testa non mi appartengono più. Quella storia è una storia che ha vita propria e non dipende da me.
Applauso. Io resto ferma. Vengono chiamati i giurati e l’organizzatore del premio di cui non ricordo il nome. Io aspetto. Poi sento il mio nome, vengo invitata a salire sul palco. A premiarmi è Gian Luca Morozzi. Paola Maugeri legge la motivazione, non riesco a sentire una sola parola, strette di mano, targa e foto di rito. Vorrei scappare ma lei mi blocca, mi dice che mentre leggeva la motivazione io mi sono commossa, e a lei piacciono le persone che si commuovono. Mi chiede perché.
Non posso rispondere che non avevo ascoltato una sola parola così balbetto qualcosa su Calvino, il mio racconto è un omaggio a Calvino, è la prosecuzione ideale de L’avventura dei due sposi. In realtà vorrei dire che sono contenta di aver vinto un premio con una storia che parla di operai, ma forse il mio inconscio mi suggerisce che non è il caso di mettersi a fare l’idealista in questo momento, e magari chissà se i giurati se lo ricordavano questo racconto di Calvino, io penso sempre che tutti sanno tutto se fanno certe cose, ma magari non è così, è che ho la tendenza a sottovalutare quello che so io…. Insomma ho una tale confusione in testa che taglio corto e dico che il tema mi stava a cuore. Saluti. Finalmente scendo dal palco.
Proseguono le premiazioni, i fotografi e da ultimo la prima classificata. Ascolto il racconto: è un’idea originale, ma a me non piacciono gli esercizi di stile e questo tale mi sembra, non emoziona.
Insomma si arriva alla fine di una bella serata: un buffet leggero, la fila per il caffè… ma ognuno se ne sta con chi è. Non so, forse mi sarei aspettata più interazione, meno formalità. I giurati sembrano un élite a parte, continuano a stare per conto loro. Così mi prende una sorta di impeto. Prendo il libro “Assaggi di caffè” dove ci sono i racconti finalisti e mi presento lì…. Dico che sto per fare una cosa molto adolescenziale (che in realtà non è proprio da me) chiedo che mi firmino la mia copia. Solo uno risponde sorridendo, l’altra mette il nome e chissà cosa pensa. Mauro Covacich è perplesso, lo so, non vorrebbe farla questa cosa così stupida. Ma la mia è una provocazione. A pelle non mi è simpatico. Ora posso dirlo. Magari non è spocchia la sua, sarà timidezza, o stanchezza o chissà che.

Ce ne torniamo, in autobus lo stesso silenzio.
La sera prima di dormire leggo il racconto di Gaia Gentili, Chicchi sotto la lingua, lo trovo molto bello. Delicato. Mi piace, mi emoziona.
Al mattino faccio colazione con fichi d’india e latte di mandola, poi prima di andare faccio i complimenti a Roberto, il terzo classificato…. E ci mettiamo a parlare. Finalmente.
Parliamo, parliamo. Lui è giovanissimo, bravo, studia a Pisa… mi dice un sacco di cose e capisco che avevamo lo stesso pudore di fare il primo passo. Parliamo di Calvino e di progetti. Ci salutiamo sorridendo.
Mi sento meglio, sono contenta.
Adesso mi posso godere il risultato: su oltre trecento autori sono arrivata seconda. Io non ho il senso della competizione, ho sempre difettato di ambizione, sono fatta così, non è falsa modestia, è proprio un marchio di fabbrica.

Elide e Arturo: come cambia la vita di due giovani sposi dopo aver ricevuto una lettera di licenziamento. In fondo sono loro ad aver preso il premio, non io. Io adesso voglio godermi Modica, che è bellissima.

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