Premio Letterario Caffè Moak 2015

Edizione 2015 Omaggio a Italo Calvino

Seconda classificata con il racconto: ELIDE E ARTURO – CAFFE’ IN FABBRICA

Sono circa le sei di una mattina qualunque di una metà di dicembre, un anno che non importa ricordare. Elide si sta svegliando abbracciata al suo cuscino mentre le sembra di sentire nell’aria l’aroma del caffè. Arturo è in cucina che sta alzando le tapparelle, ha aperto il rubinetto dell’acqua, sta preparando la colazione per lei. In camera da letto filtra una luce opaca dalle persiane, segno che sta facendo giorno e per lei è quasi l’ora di alzarsi.
Alle sei in punto suona la sveglia, Elide allunga una mano fuori dalle coperte e la spegne. Apre gli occhi, si tira su a fatica, fuori dalle coperte la investe il freddo umido che impregna l’aria. L’aroma di caffè non c’è, deve averlo sognato, sente solo quel freddo che odora di inverno. Guarda il posto vuoto accanto al suo nel letto. L’impulso sarebbe di rimettersi sotto le coperte e cacciare la testa sotto il cuscino.
Dalla strada le arriva il rumore del camion che svuota i cassonetti della spazzatura. Elide sta in ascolto fino a che il rumore si allontana e si perde fino a tacere, appena un’increspatura nel risveglio del quartiere, poi è di nuovo silenzio. Elide deve alzarsi o farà tardi.
Fino a qualche settimana prima al mattino presto l’odore del caffè per casa c’era davvero, Arturo di ritorno dal turno di notte lo preparava per lei prima di mettersi a letto, mentre lei si vestiva  per andare a lavorare nella stessa fabbrica.
Adesso è lei che prepara il caffè, lascia due moka da sei tazze già pronte sul fornello dalla sera prima. Appena in piedi striscia in cucina per accendere il fornello, poi va a lavarsi mentre il caffè viene su usando l’acqua ben fredda sul viso per sentirsi nel mondo dei vivi. Torna in cucina ed è sveglia, prende il suo caffè e versa il resto in un thermos grande, ne avvita il tappo con cura perché si mantenga caldo e prepara altre due moka da sei tazze. Il caffè deve essere abbondante, deve bastare per tutti.  Va a vestirsi, se per vestirsi si intende coprirsi, indossa una calzamaglia di lana, dei vecchi pantaloni di fustagno pesante, un maglione e la giacca a vento, incurante dei colori accozzati male. Infine si cala un berretto sugli occhi.
Riempie il secondo thermos e infila tutto in una borsa termica dove ha sistemato delle fette di pane e due barattoli di marmellata. La marmellata è quella che ha fatto sua madre al paese, l’estate prima, con le prugne che maturano al sole sugli alberi intorno alla casa.

Quando arriva in fabbrica sono le sette passate, di solito sono già tutti in piedi, le notti là dentro sono lunghe a passare, difficile dormire su materassini a terra. Qualcuno è già fuori a fumare la prima sigaretta e saluta con sollievo il suo arrivo perché ormai lo sanno che lei al mattino porta il caffè per tutti e quel caffè è una delle poche cose buone della giornata. Le facce sono stanche, tirate, sono facce di chi non dorme ormai da giorni. C’è Romolo in un angolo che tossisce, ha una tossa secca e persistente, Valdo gli urla che dovrebbe andarsene a casa e farsi vedere da un medico, ma lui risponde che da lì non si muove, che piuttosto preferisce morirci. C’è aria di orgoglio in fabbrica, di rabbia, di voglia di dignità, inquinata solo a tratti da rivoli di stanchezza.
Al mattino, nello stanzone della mensa adibito a dormitorio con i materassi buttati alla rinfusa, c’è un’aria stantia. Elide per prima cosa va subito ad aprire uno spiraglio dal finestrone sul cortile per cambiare un po’ l’aria, mentre gli uomini si raccolgono a capannello attorno a un tavolo, chi seduto, chi in piedi. Qualcuno sfila i bicchieri di plastica da una sporta appesa a un gancio nel muro, qualcun altro tira fuori qualche pasticca da prendere al mattino a stomaco pieno e la posa sul tavolo. È freddo, hanno le mani intirizzite, strette nelle maniche dei giubbotti.
Elide sfila il thermos, l’odore inconfondibile del caffè si spande per la stanza e per un attimo illumina i volti, si capisce che quello del caffè è un rito che sa di casa, di risveglio nel posto giusto, di abitudini familiari che danno un senso, quando i bambini ancora dormono e gli adulti spettinati si aggirano per casa.
Elide versa il caffè caldo ben zuccherato nei bicchieri in fila e stende un tovagliolo di tela, ci mette sopra le fette di pane, la marmellata, un paio di coltelli per chi voglia mettere qualcosa nello stomaco, di solito quasi tutti. Bisogna dire che Elide è sempre la prima ad arrivare al mattino poiché a differenza da altre mogli non ha bambini da sistemare o un posto di lavoro da raggiungere. Il suo posto di lavoro è lì, in quella fabbrica, o meglio era, prima che arrivasse la lettera di licenziamento. Centonovantacinque lettere recapitate tre settimane prima per raccomandata a ciascuno di loro. Tre frasi lapidarie che erano risuonate come una sentenza di condanna.
«Oggi viene la redazione di un giornale nazionale con il delegato regionale del sindacato. Fanno pure delle riprese.» Dice Manlio addentando una fetta di pane.
«Speriamo sia la volta buona, sono già tre settimane che siamo chiusi qua dentro e ne parla solo la stampa locale.» Gli fa eco Valdo.
Arturo è silenzioso, si versa un altro caffè, Elide non può fare a meno di notare il suo sguardo malinconico e questo le provoca una morsa allo stomaco. Arturo si va a prendere quel caffè un po’ in disparte, Elide lo segue, lei lo sa che quando è in mezzo agli altri non gli piacciono le smancerie, ma se non il suo tocco, almeno ha bisogno di sentire il suo odore da vicino.
«Non hai dormito niente, vero?»
Arturo sorseggia il caffè soffiando sul bicchiere tra un sorso e l’altro come fa sempre.
«No.» Ha  poca voglia di parlare.
«Forse potresti andare a casa a farti una doccia, magari dopo ti senti meglio.» Elide conosce già la risposta. Arturo è testardo.
«Sì, così magari vengono per le riprese quando non ci sono. E comunque se vengono io così voglio stare, con questa faccia, che almeno si veda cosa stiamo passando. Se nessuno ne parla è inutile stare qua a massacrarsi. Io voglio esserci e dire la mia.» Tira su l’ultimo sorso di caffè, facendo scivolare in bocca le lingue di zucchero dal fondo del bicchiere di carta.

Erano al ventesimo giorno di assemblea permanente, asserragliati in quella fabbrica da quando la proprietà al secondo giorno aveva fatto sapere che non c’erano margini di trattativa. Non aveva dato uno straccio di motivazione concreta per la chiusura dello stabilimento, ma tutti conoscevano la parola che stava a monte di quella decisione: delocalizzazione.  Lo stabilimento era di proprietà di una multinazionale tedesca che produceva ruote e freni per macchine agricole, trasferivano la produzione in Romania dove la manodopera costava meno.
La lettera di licenziamento e l’occupazione avevano travolto i ritmi delle loro vite, prima la fabbrica era il posto dove lavoravano, adesso era diventata la loro casa. Ci dormivano in dieci, su materassini sistemati tra la mensa e i bagni. La prima notte era stata la peggiore, dopo l’assemblea che aveva votato all’unanimità l’occupazione della fabbrica erano rimasti in sei, barricati come in una trincea, in ascolto di ogni più piccolo rumore, preoccupati che arrivasse qualcuno a mandarli via con la forza. Poi si erano abituati, avevano cominciato a mettere a fuoco il senso della loro azione, avevano tratto forza dall’essere uniti in una battaglia comune.
Arturo era stato tra quelli che aveva preso da subito il suo compito come un dovere ultimativo, era rimasto in fabbrica giorno e notte, non si era voluto schiodare da lì neanche un minuto, attaccato a quel luogo come una piovra al pesce con il timore che, se avesse mollato, anche un solo momento di distrazione avrebbe potuto essere fatale, e il pesce se ne sarebbe scivolato via per sempre.
Elide pure si era offerta di restare, ma Arturo era stato irremovibile, erano l’unica coppia che lavorava in quella fabbrica,  era una causa comune, dunque bastava lui, lei sarebbe stata più utile fuori. Così Elide si era dovuta rassegnare alla testardaggine di Arturo. Arrivava ogni mattina presto con il caffè per tutti e poi se ne stava lì con gli altri, a discutere, studiare proposte, iniziative,  e aspettare.

Elide e Arturo avevano scelto di non farsi assegnare gli stessi turni di lavoro perché solo così riuscivano a incastrare qualche giorno di riposo in comune.
Il giorno in cui era arrivata la lettera raccomandata a casa c’era Elide. Quando avevano suonato al campanello stava caricando la lavatrice.
«C’è posta da firmare». Aveva detto la voce al citofono. Elide era scesa di corsa e il postino le aveva messo in mano due buste con lo stesso mittente e lo stesso timbro. Le gambe di Elide avevano cominciato a tremare, il cervello si era annebbiato in preda a un presagio oscuro. L’aria era fredda là fuori lei era uscita senza coprirsi,  non si era mai abituata al freddo e alla nebbia di quel luogo.
Il postino l’aveva guardata con pena, i postini lo sanno sempre quando portano cattive notizie, con il loro mestiere imparano ad avere intuito. Ma non poteva star lì, doveva consegnare altra posta, quindi  una volta avuta la sua firma sul registro delle consegne, aveva sfilato la penna dalla mano di Elide e se n’era andato, lasciandola sola davanti al portone, pallida e confusa. Per le scale Elide aveva aperto prima la sua lettera: un foglio bianco con l’indirizzo del mittente in alto e l’indirizzo del destinatario nel quale c’era il suo nome, poi due righe laconiche. Aveva messo subito a fuoco l’oggetto di quella comunicazione “cesserà il rapporto di lavoro a decorrere dal”.
Era rientrata in casa chiudendosi la porta alle spalle, l’incredulità non mollava la presa. Fino a dieci minuti prima Elide era giovane, adesso d’un tratto era vecchia. Com’era possibile che stesse accadendo?
Era andata a sedersi in cucina con le due lettere ben aperte sul tavolo, una accanto all’altra, fissava quei due fogli bianchi come se fossero le tessere di un mosaico incomprensibile, impossibile a incastrarsi.
Cesserà”.
Il verbo al futuro.
A decorrere dal”.
La data che decretava la fine del futuro.
Lo sguardo si muoveva dalla prima parola alla seconda cercando un senso che le collegasse.
La sera prima Elide era una giovane donna, avevano festeggiato il compleanno di Arturo in pizzeria con gli amici, erano contenti. Finalmente erano riusciti e mettere da parte quel poco di soldi che serviva per l’anticipo di un mutuo. Avevano visto un paio di appartamenti dignitosi e stavano progettando una nuova casa con una camera in più perché per loro era arrivato il momento di pensare a un figlio e andare via da quel buco di due stanze senza riscaldamento, con quella vecchia stufa a gas nell’ingresso che si bloccava di continuo.
Adesso quelle lettere, erano come un sasso che un ragazzino discolo scagliava contro una vetrata mandandola in frantumi senza un vero motivo, con cattiveria, solo per fare un dispetto. Elide stava annaspando in mezzo a quei pezzi di vetro frantumati.
A decorrere dal
«Devo avvertire Arturo – aveva pensato Elide – o forse lo sa già, saranno arrivate anche ad altri. O forse è meglio aspettare quando sarà a casa.»
Se ne stava seduta con la testa tra le mani senza sapere cosa fare. Dunque erano pratiche da sbrigare, un numero di protocollo in un contenitore a figli mobili. Era così che si sentiva Elide.
A un tratto si alzò, furente. Aveva bisogno di chiarirsi le idee, di muoversi. Doveva farsi un caffè nero, bollente. Afferrò il barattolo dalla mensola, l’odore forte del caffè le riempì la testa, affondò il naso nel barattolo per scompaginare l’ordine delle cose.
Si ricordò all’improvviso quando la domenica suo nonno arrivava per il pranzo elegante come sempre nei suoi abiti grigi, la cravatta in tono, il fazzoletto nel taschino, il bastone e, d’estate, la paglietta. Suo nonno arrivava puntuale a mezzogiorno come un ospite di riguardo, sembrava uscisse da un film in bianco e nero per poi tornarci alla fine del pranzo. Ai suoi occhi di bambina quell’uomo aveva un che di misterioso e di eroico, era diverso dai nonni che avevano gli altri. Aveva un vezzo, suo nonno, il caffè lo prendeva corretto all’anice. Sua madre ne teneva sempre una bottiglia nella credenza apposta per lui. A lei piaceva l’odore del caffè corretto all’anice, le sembrava un aroma elegante, come suo nonno, un nonno che aveva solo lei.
«Vieni, Elide che te lo faccio assaggiare.» Le diceva.
«Papà, per favore, è piccola per il caffè…» Cercava invano di protestare la figlia.
«Oh quante storie, che vuoi che sia.. ci si bagna appena le labbra».
Elide correva tra le gambe del nonno che le faceva assaggiare il caffè, la bevanda dei grandi. Il profumo dell’anice le arrivava dritto nel naso e la stordiva, ma le sembrava una delle cose più buone che avesse mai assaggiato. Un po’ forte forse, ma si sentiva grande nel sostenere quel gusto così deciso. Se avesse avuto una bottiglia di anice in casa, le sarebbe piaciuto risentire quell’odore che da bambina la stordiva.
Si preparò il caffè e se ne rimase lì, appoggiata ai fornelli, mordendosi le unghie in attesa che venisse su.
La notte prima Elide era ancora una giovane donna, avevano fatto l’amore, Elide e Arturo. Quando erano tornati a casa dalla pizzeria Arturo le aveva detto:
«Voglio il mio regalo.»
L’aveva spogliata in silenzio, lei era rimasta nuda nel letto e lui accanto a guardarla, come a volerla prendere con gli occhi ancor prima di toccarla. Era da tempo che non facevano l’amore in quel modo, lenti, delicati, quasi che quell’amplesso non riguardasse solo loro due, ma fosse già l’inizio di una nuova vita e bisognava trattarla con riguardo fin dal modo di concepirla. Si erano presi guardandosi negli occhi,  con l’energia che si era concentrata nei loro sguardi incollati fino a che non avevano goduto insieme. Poi, dopo, si erano addormentati, sfiniti.
Ora la notte era lontana e il caffè aveva preso a gorgogliare sul fornello. Elide tornò con lo sguardo alle lettere,  la mente attraversata da pensieri e sensazioni contraddittorie, così dense e cupe da impedirle perfino di farsi un bel pianto. Si versò il caffè, indugiò con la tazzina tra le mani per sentirne il calore sulle dita, il primo sorso bollente risvegliò la rabbia. Poi il resto, giù, tutto d’un fiato. Corse in camera  dove il letto era ancora sfatto, con le sagome dei loro corpi impresse sul materasso tra le lenzuola aggrovigliate. Sì vestì e uscì di corsa per andare in fabbrica.
L’incubo era iniziato così.
Ed era duro vederne la fine.

Elide torna a casa tardi ogni sera distrutta. Le giornate in fabbrica sono lunghe, trascorse a discutere, scrivere testi per comunicati da inviare alle redazioni, fare continuamente il punto della situazione per averne il controllo. Spesso escono a fare volantinaggi davanti ai supermercati, alle scuole, per le strade. Raccontano la storia della fabbrica e la loro condizione. A volte i passanti si fermano ad ascoltare, qualcuno ha espressioni di solidarietà o di conforto. Altre volte hanno fretta, sono diffidenti, li evitano afferrando un volantino che stringono nella mano pronto per il primo cestino di carta straccia. In quei casi Elide avverte un senso di frustrazione lancinante e impotente, che la fa vacillare.
La sera quando si mette a letto si rannicchia  su un fianco, chiude gli occhi e prova a immaginare il corpo di Arturo addosso al suo, a farle caldo. Si addormenta  pensando che stanno facendo quello che va fatto, che non hanno altra scelta,  ma in quel letto non può fare a meno di sentirsi sola come mai le è accaduto in vita sua. Ha le mani ruvide, screpolate, i piedi che formicolano, gonfi per la stanchezza. Avrebbe bisogno di una carezza, magari soltanto per essere rassicurata, ma da quando questa faccenda è iniziata Arturo si è come indurito, quasi le lascia intendere che non c’è tempo per le stronzate adesso, che la loro vita è cambiata, che ci sono priorità dalle quali dipende la vita futura, che forse la serenità non tornerà più. E loro saranno diversi.
Elide non può fare a meno di chiedersi dove andranno a finire, com’era potuto accadere, dove diavolo sarebbe finito il loro mondo fatto di piccole cose.
A volte la consola il pensiero delle domeniche in cui  con Arturo si svegliavano insieme nel letto e si alzavano di buon umore a far colazione. Arturo preparava il caffè, Elide apparecchiava con le tovagliette americane, il pane, il burro, la marmellata, i biscotti, le tazze su cui avevano fatto stampare i loro nomi.  Piaceva e entrambi fare colazione prendendosi tutto il tempo, sorseggiando il caffè senza fretta. Si sedevano uno di fronte all’altro, davanti alla loro tazza di caffè fumante a decidere cosa avrebbero fatto del tempo libero di quella domenica tutta per loro, una passeggiata al mercato rionale quando c’era bel tempo, o un film al cinema se pioveva. Adesso le sembra sia passato un tempo infinito, un secolo di frane che aveva prodotto cumuli di macerie.
È invecchiata Elide,  è incredibile come sia accaduto così in fretta. Abbracciata al cuscino spesso la notte piange, non riesce a concepire di non poter più avere sogni o progetti. Odia la sensazione di panico che ora le provoca il pensiero del futuro e odia quelli che l’hanno derubata della sua innocenza e della sua voglia di ridere. E soprattutto odia il dolore del suo corpo che nel buio della notte l’avverte che per lei il tempo per essere madre sta ormai per scadere.
Allora allunga una gamba verso il posto dove di solito sta Arturo e cerca nella testa pensieri buoni che la conducano in un luogo diverso. Si addormenta pensando che tutto ha un inizio e una fine e così sarà anche per questa sventura. Bisogna solo resistere. Sperare. E soprattutto bisogna credere ad ogni costo che quel tempo ritornerà.

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Motivazione della Giuria: “Attuale, senza pietismi, racconta una vicenda dei nostri giorni con una buona capacità di osservazione dei sentimenti, in un rapporto di coppia, messo in crisi dalla chiusura di una fabbrica che modifica le loro vite”

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