Diario di una giornata di quarantena

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Non so perché scrivo, in realtà non ne avrei voglia, più che altro perché lo scopo per cui scrivo è del tutto vano e quando sai di scrivere inutilmente la motivazione sta a zero.
Però alla fine mi sono detta che se è tutto il pomeriggio che ci penso faccio meglio a seguire l’istinto che mi spinge a mettere nero su bianco uno stato d’animo, nello specifico un malessere.
Sì, perché io appartengono a quella schiera di esseri umani dotati di una sensibilità forse eccessiva per i quali le parole hanno un peso e quando dai piccoli sassi si creano macigni fatti di parole che non aiutano a capirsi, anzi, creano malintesi e fraintendimenti, ci sto male. E ancora di più ci sto male quando le persone che contribuiscono a far crescere questa marea sono persone che stimi, alle quali vuoi bene, con cui hai legami, affinità, interessi in comune.
Cos’è che ci rende così – talvolta – riottosi, così pronti a scattare l’uno contro l’altro?
I social amplificano questa tendenza, e questo è un fatto. Io mi sono ripromessa da un po’ di cercare di fare buon uso dei social, di evitare le polemiche sterili, di non entrare in conflitto laddove è dialogo tra sordi, di seguire che le cose che mi piacciono e mi fanno star bene. O quelle utili, che pure ci sono.
Nel mio piccolo mi sono perfino illusa di poter creare qualcosa io stessa in questo senso di impotenza e avevo pensato a una pagina “Solidarietà in rete” ovvero mettere in rete iniziative e possibilità di dare una mano a quelli che in questo giorni difficili avrebbero potuto aver bisogno. Niente di che, ma sembrava una buona idea: peccato che il nostro uso dei social – ho constatato anche con questa esperienza – è distratto, è funzionale allo sfogo, alla curiosità, al commento polemico o al like facile, ma mai ci rendiamo conto (o abbiamo voglia di farlo) se quello strumento che stiamo usando per caso potrebbe avere anche una finalità diversa, magari di aiuto, perché no? Diciamo che in linea di massima regna la superficialità, sempre di più nella vita reale come nei social.
Oggi giornataccia che nasce con un post.
Un post.
Un libero cittadino con responsabilità politiche (consigliere comunale del movimento di sinistra di cui io stessa faccio parte, ribadisco, un movimento, non un partito, che raccoglie tanti orfani di sinistra come me) scrive un post su un fatto accaduto, finito nei tg nazionali con un video che ha fatto il giro (a me lo aveva mandato un amico ieri sera dall’Inghilterra, per dire)
Il video riprendeva il funerale di un pover’uomo (e su questo tornerò a dire) il cui feretro esce di casa in quartiere abitato prevalentemente da persone di etnia rom. Nel video si vede un discreto numero di persone che lo accompagnano, come è giusto che sia, ma senza alcuna protezione, senza distanza, senza niente di tutto quello che stiamo cercando di fare.
Il post in questione si limitava a registrare l’accaduto e a riferirne la pericolosità, ribadendo un concetto elementare: le regole che andrebbero rispettate, che stiamo cercando tutti di rispettare a denti stretti.
Non parlava di altro se non di questo: eppure apriti cielo. Sono piovute accuse, improperi, trattati sociologici sul senso della morte dei rom, sul noi e loro, sulla storia del campo rom, sulle responsabilità politiche e non so cosa altro perché a un certo punto ho abbandonato il campo.
La brutta sensazione (da qui il malessere) che ci sono momenti in cui tanti avvoltoi escono perché c’è lì la preda e quindi tutti giù a raffica a colpire, a beccare, ognuno col suo ragionamento e la sua accusa.
Qualcuno ha detto “bel post di destra da uno di sinistra” (semplifico) come se il buon senso dovesse avere sempre e comunque un’etichetta, qualcuno ha gridato ai nuovi untori, molti mi hanno scritto in privato.
Un putiferio. Perché? La pensiamo forse diversamente? No, ma i duri e puri escono allo scoperto quando possono tuonare, essere contro, darti lezione di morale, e vengono da sinistra, cioè da quelli da cui ti aspetteresti in un momento così tragico e una sanità allo sbando di fare fronte comune.
Quel post non aveva niente di razzista e figuriamoci se era contro i rom, si sa che è un campo minato, sai che se lo scrivi corri un rischio e infatti così è stato. I duri e puri sono spuntati puntuali, uno dopo l’altro, a parlare dei massimi sistemi e di cose che nulla NULLA avevano a che fare con il caso specifico.
E del pover’uomo? Di un padre di 51 anni con sei figli morto forse per negligenza (della qual cosa confesso allo stato dei fatti non sono sicura) a qualcuno interessa? Sono tutti insorti per difendere il diritto a una sepoltura degna di una società civile? Macché, sono tutti insorti per dare all’untore, figuriamoci farsi scappar un’occasione come questa per dare del razzista a chi sa bene che razzista non è anzi si spende per il contrario.
I duri e i puri.
Io so da testimonianze di amici che in quest’ultimo periodo ahimè nessuno ha potuto avere sepolture degne di una società civile e tutti abbiamo un senso della morte che viene metabolizzato e passa attraverso la ritualità, cristiani e non cristiani, ortodossi e islamici, atei e agnostici, ognuno ha i propri. Eppure tutti hanno dovuto rinunciare perché le regole lo hanno impedito.
Non vado oltre.
Se non per concludere che poche cose da insegnante cerco insegnare ogni santo anno da venticinque anni a questa parte: il senso critico, la libertà di pensiero e il rispetto delle regole condivise.
Non accetto lezioni di morale da nessuno che non sia meglio di me (perché MAI e dico MAI parto dal presupposto di essere migliore o nel giusto, cerco sempre di ascoltare per quanto posso); non sono migliore di altri, ma sono di sicuro una che nelle cose mette passione e impegno, perfino se penso che in questo periodo di isolamento posso creare una pagina che serva a qualcuno, poi mi guardo intorno e vedo il deserto.
Ma eccoli lì, pronti a darti lezioni e darti del fascista e/o razzista (a me come ad altri è uguale) e dire sei uguale a loro, senza accorgersi che hanno prestato il fianco proprio a quelli (razzisti e fascisti) che vorrebbero attaccare.
Mi viene da ridere. Meglio magari, visto che oggi, confesso, c’ho pianto dalla rabbia.
Stop.
Passo e chiudo.

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