Mezzafaccia

Sono arrivata a leggere questo romanzo su suggerimento di un amico che stimo molto e dico questo perché non amo particolarmente le storie distopiche e men che meno vicende che abbiano dichiaratamente zombie tra i protagonisti.

A volte i pregiudizi ci fregano (quasi sempre in verità) e dunque ringrazio Gianfranco Cefalì che mi ha sollecitato a leggere questo romanzo.

Romanzo del quale è difficile scrivere perché complesso, stratificato, ma bello e ricco di spinte all’immersione tra le righe, (io l’ho sentito proprio l’autore alle spalle darmi delle botte) alla scoperta di quel qualcosa che non appare all’occhio che legge ma allo sguardo che indaga, retto dalla scrittura di una mano ferma che senti ti sta guidando, avviluppando nella sua rete, per condurti in catene esattamente nel punto in cui la storia vuole arrivare.

Siamo in una Roma che non si vede, in mezzo a due mondi paralleli: quello di sopra dove circolano esseri umani che non riusciamo a inquadrare, che non hanno senso, quello di sotto dove stanno i morti viventi, non esattamente zombie, piuttosto “non morti”, che vivono sotto la metropolitana e si cibano di topi.

Attenzione: niente in questo romanzo è ciò che sembra. Il vorticoso ritmo narrativo che sposta continuamente l’attenzione da un personaggio all’altro è ciò che ci fa inseguire un senso che non c’è, che non esiste: questo mondo, questo tipo di società, lo ha perso.

C’è però lo scopo della letteratura, che per sua natura è ricerca di senso e questo aspetto l’ho scritto prima di aver letto la sinossi (com’è mia abitudine), nella quale questo assunto è dichiarato: e ciò non vuol dire che io sia particolarmente intelligente o una lettrice attenta. Vuol dire che l’autore è riuscito nel suo intento.

Mezzafaccia è una giostra di personaggi, di umanità complessa, di situazioni surreali, con dialoghi dal sapore beckettiano che ci fanno sorridere, zeppo di riferimenti letterari (su tutti Bukowski, David Foster Wallace e Mordechai Richler con La versione di Barney, quest’ultimo – io – letto più volte). Gira la testa a volte, ti devi fermare, devi stoppare al punto di osservazione in cui ti trovi e farti qualche domanda, mettere a punto la prospettiva, prima di riprendere a girare.

Dentro l’insetto ammutolito, dentro la fogna, nella metropolitana, in mezzo alla città e nel mondo degli uomini senza più essere un uomo. Ma se riesco a scrivere, se riesco a mettere in salvo il quaderno e a farlo tornare in superficie, allora sarò di nuovo nella testa di qualcuno senza causargli qualcosa come un rigetto cognitivo.”

Azzardo: è un romanzo “politico” (d’altro canto queste sono le mie personali note di lettura, non essendo una critica posso permettermi il lusso dell’azzardo), ed è proprio questo l’aspetto che ho apprezzato maggiormente:

“I primi che hanno fatto passare attraverso le grate e sbarre avanzi di cibo e scarti animali che voi vivi non mangiate, lo hanno fatto lanciando la roba, senza avvicinarsi. Ancora non lo sapevano, ma stavano compiendo il primo gesto politico sovversivo di quest’epoca fin troppo pacificata, sotto anestesia sociale.” Erano decenni che gli uomini avevano smesso di essere in contrasto tra loro sulle decisioni di carattere pubblico”

Le parole sono di Luca, tra i protagonisti della storia, che osserva, pensa e scrive (ah! la forza dell’immaginazione), organizzando pensieri in bilico tra dubbi, disturbato dalla incursioni di Mezzafaccia, lo sfigurato.

«Una metafora è solo una metafora. Dieci metafore che lavorano insieme fanno un’allegoria. Un’allegoria ripetuta uguale mille volte si chiama incantesimo. Una sequenza di incantesimi che risalgono le bocche di un popolo intero si chiama liturgia. Un milione di liturgie in lotta tutti contro tutti per cinquemila anni di fila è quello che io chiamo letteratura.

La letteratura è l’insurrezione ontologica degli scriventi contro le parole, attraverso le parole. Oppure, spesso, non è niente»

E invece queste ultime sono di Nancy, la scimmia romanziera (!).

Cosa aspettarsi da questo romanzo i cui protagonisti hanno nomi come DiCaprio (è un sosia), la piccola Tokyo, la scrittrice AnnaCambi (nome rigorosamente attaccato) Topolino e Mezzafaccia lo lascio ai sorrisi sospesi durante la lettura, allo spazio vuoto che non riempirò. Alle parole che vanno cercate, ciascuno le proprie.

Ah! Un’ultima cosa: la scrittura nella sua forma più malleabile è usata da Luca Cristiano in modo esemplare (a volte stupefacente) soprattutto quando crea immagini di lirismo commovente:

Molto spesso, nelle ore più oscure della sua reclusione, l’aveva sussurrata nel buio a un estatico Mezzafaccia, che perdeva nel ritmo di quelle parole ogni residuo senso di sé, lasciandosi scivolare le braccia lungo i fianchi e dondolando i suoi pugni chiusi. L’immagine del morto che quasi danzava incantato dai versi, ritto nella penombra e rapito nell’incanto, era simile all’intermittenza luminosa del sole attraverso le ali di un pipistrello.”

Un’ultima avvertenza: no zombie, no horror. Qui il genere si prende gioco di voi (occhiolino)

Il romanzo

È una storpia illusione che qualcosa smetta mai di accadere. In una Roma di un tempo futuro, prossimo ma imprecisato, i non morti sono relegati nelle gallerie della vecchia metropolitana, quando non vengono usati dal governo come deterrente per tossicodipendenti, e rilasciati dove outsiders e miserabili si radunano approfittando di quartieri abbandonati al degrado e alla pre-non-morte. Luoghi come la vecchia Città del Vaticano. In questo scenario si muovono i protagonisti di questo romanzo caleidoscopico, i persistenti in superficie e i non morti sottoterra. La mancanza di scopo che affligge i primi sembra tormentare gli altri fino a renderli capaci di piegare l’istinto al servizio della ricerca di senso. Tra la volontà dei non morti di ricordare, leggere, parlare, raccontare e quella dei vivi di definirsi in base al rapporto, alla distanza, tra loro stessi e i reclusi di sotto, la storia ci trascina in una narrazione a cerchi concentrici fino alla sintesi stessa della parola che cambia significato ed essenza ad ogni utilizzo.

L’autore

Luca Cristiano è nato il 16/05/1980 a Potenza e vive a Pisa. Scrive su diverse riviste accademiche e militanti. Per l’editore Effigie ha curato con Enrico Macioci Dentro al nero: tredici sguardi su It di Stephen King.  Nel 2016 ha pubblicato per Transeuropa la monografia Crema di vetro: misura e dismisura nei romanzi di Antonio Moresco. Per Prospero Editore ha scritto la raccolta di poesie Brucia la cenere (2017), il volume di racconti La danza delle vergini e delle vedove (2018) e il romanzo L’istrice (2020).

Alcune recensioni

Gianfranco Cefalì

https://lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/211060/luca-cristiano-%E2%80%93-mezzafaccia—del-vecchio-editore

Su Satisfiction, Stefano Bonazzi

https://www.satisfiction.eu/luca-cristiano-mezzafaccia/

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