Un caso semplice

Il commissario Russo si infilò in macchina e chiuse con rabbia lo sportello. Sollevò il bavero della giacca. Aveva freddo, nonostante il sole picchiasse sul finestrino. Rimase a fissare il volante per qualche istante. Ogni volta, quando si trovava davanti alla scena di un delitto, di fronte ai morti ammazzati, si chiedeva perché aveva scelto di fare quel dannato mestiere.

Ma quel giorno era diverso: quella donna trovata in prossimità della pineta vicino al cimitero, sul limitare della strada provinciale, con le gambe divaricate e un coltello infilato nel petto, lui la conosceva. Aveva faticato non poco a dissimulare il turbamento.

Si era sforzato di procedere come sempre:

“Sappiamo qualcosa della vittima?” Una domanda di rito. Aveva fatto finta fosse un’estranea. Invece quegli occhi sbarrati, quei capelli neri e lunghi sparsi tra l’erba e l’asfalto, quel corpo esile e asciutto, lui sapeva già a chi appartenevano.

Olga Scalese. Quella era Olga e lui Olga l’aveva conosciuta.

Erano passati cinque anni. Lei si era presentata una mattina al commissariato per denunciare il furto dei documenti. Lui invece stava uscendo mentre lei era lì a riempire dei moduli. L’appuntato Fusi l’aveva salutato.

“Salve commissario.”

“Lei è il commissario?” aveva chiesto Olga alzando lo sguardo.

“Sì, posso esserle utile?”

“Ero qui a fare la selezione per un concorso ma mi hanno derubata sull’autobus, senza documenti non posso presentarmi.”

La voce era rotta da una vena di angoscia.

Fare il commissario a volte era questo: affrontare uno sguardo che ti implora e ti dice: e ora come faccio? Immaginando di ricevere in cambio una soluzione.

Russo l’aveva invitata a prendere un caffè. Olga l’aveva seguito. Magari pensava che lui avrebbe potuto risolvere quel problema, ma Russo l’unica cosa che poteva fare era offrirle quel caffè e farla accompagnare con la copia della denuncia presso la sede del concorso, più rapidamente possibile, con una volante. Cosa che fece.

Verso la tarda mattinata Olga era tornata in commissariato e aveva chiesto di lui, per ringraziarlo – aveva detto –  e per dirgli che comunque non c’era stato niente da fare. Le prove erano già iniziate e lei non era stata ammessa. Ma c’era dell’altro: Olga era senza soldi e senza un biglietto di ritorno. Russo fece una cosa che non aveva mai fatto, d’istinto: la invitò a pranzo.

Dopo successe tutto all’improvviso, tornarono a casa insieme e Olga restò. Finì che lui si innamorò di quella donna, finì che la sera a fine giornata era sollevato nel tornare a casa e trovare qualcuno ad aspettarlo, qualcuno da amare, nel suo letto. Non le aveva fatto domande, tutto era parso imprevedibile quanto naturale.

Al nono giorno, una sera che aveva fatto più tardi del solito, era tornato a casa e Olga non c’era. Aveva trovato un biglietto: “Un problema urgente in famiglia, devo tornare. Sei stato buono con me, ma non posso restare. Ti prego, non mi cercare. Olga.”

Due righe e se n’era andata.

Olga non si fece più viva. Russo avrebbe potuto trovarla, era pur sempre un commissario. E avrebbe voluto, ma se il suo istinto di investigatore l’avrebbe spinto a farlo, quello dell’uomo gli aveva suggerito era meglio evitare. Meglio dimenticare. E così aveva fatto, a malincuore.

Ora la ritrovava là. Assassinata. Non era lucido, rabbia e dolore si stavano mescolando nello stomaco.

Mise in moto e partì, doveva rientrare per il rapporto, doveva raddrizzare la barra. Forse, pensò, avrebbe dovuto dire la verità, ma lo sconcerto provocato dal sangue sul corpo di quella donna che lui aveva accarezzato ed amato, per qualche oscura ragione glielo aveva impedito, un rifiuto muto ad accettare che fosse lei, Olga.

Era un caso come altri, era la terza donna ammazzata nel giro di un anno e mezzo. Quei corpi massacrati erano sempre una visione raccapricciante. Quasi sempre dietro c’erano uomini instabili, fragili, consumati da una gelosia insana. Immaginò che fosse stato così anche per Olga. Immaginò che qualche anno prima Olga fosse in fuga da un uomo come quelli e si fosse rifugiata tra le sue braccia, poi si era lasciata convincere ed era tornata. Quasi sempre le vittime tornano dal proprio carnefice, quasi sempre commettono il grave errore di credere a una promessa: te lo giuro, non accadrà più.  

Appena in commissariato chiamò il brigadiere, gli disse di raggiungerlo nel suo ufficio, ma c’era una sorpresa ad attenderlo.

“Commissario, l’abbiamo preso, ha confessato.”

“Chi?”. Russo faticava a mettere a fuoco.

“L’assassino della donna trovata stamattina, commissario, Olga Scalese. La stanno aspettando per l’interrogatorio.”

“Conosciamo la causa?”. Non avrebbe voluto fare quella domanda, né tantomeno avrebbe voluto ascoltare la risposta. La conosceva già. Magari avrebbe dovuto sentirsi sollevato che il caso si potesse chiudere così rapidamente. Di solito è così che si sente un commissario di fronte alla soluzione rapida di un omicidio.

“Afferma che dopo dieci anni di convivenza la vittima era scappata di casa per l’ennesima volta. Solo che stavolta aveva minacciato di lasciarlo per sempre. L’uomo non sembra in stato di choc, si è presentato spontaneamente. È lucido. Ha detto che questo era l’unico modo possibile per lasciarla andare. È il solito commissario.” Concluse mestamente il brigadiere Frassina scuotendo la testa.

È il solito, echeggiò nella testa di Russo, che non disse niente e si avviò. Un secondo prima di aprire la porta dietro la quale ad attenderlo c’era l’assassino di Olga, gli tornò in mente un particolare, una sera in cui Olga gli aveva preso la mano e se l’era poggiata ben aperta sul viso, quasi a voler affondare nell’impronta della sua mano. Gli aveva chiesto: “Mi faresti mai del male?”.

Lui l’aveva guardata e aveva risposto di no, che non avrebbe mai potuto farle del male.

Non aveva capito niente, l’aveva lasciata andare senza cercare una spiegazione. L’aveva lasciata andare e non si era fatto domande. L’aveva lasciata andare e le aveva fatto quel male.

Aprì la porta e se la richiuse alle spalle. Si trovò faccia a faccia con l’assassino.

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