La follia di Marina

Ho avuto il grande piacere di leggere questo romanzo poco prima della sua uscita ed è stata una piacevole sorpresa scoprire l’autore, Luciano Vasta, che conosco personalmente, con un ventaglio di emozioni per la storia e la sua protagonista, Marina.

Ormai quotidianamente si sente quella frasetta insidiosa “tutti scrivono, nessuno legge”: un altro libro? Figuriamoci, tutti esperti di mercato editoriale, anche chi ha letto tre libri a metà in tutta la sua vita.

Ho un’esperienza sufficiente per avere la mia opinione in merito: ci sono, è vero, quintali di libri che diventeranno carta al macero, compresi i miei, (ma non ci facciamo illusioni, anche quelli di autori ben più noti) tuttavia a volte “scrivere storie” non ha a che fare con l’ambizione a sconfiggere la finitezza della vita per garantirsi un posto nella memoria futura, ovvero la fama. Quello sì, è il compito della letteratura, dei grandi che sanno affrontare il particolare rendendolo universale, offrendoci una visione del mondo e dell’umanità, scomponendo l’ordine delle cose.

Scrivere storie ha più a che fare con la semplice voglia di “raccontare una storia” che è una cosa antica, nata con l’homo sapiens, un modo per riconoscere il bene dal male con le fiabe che ci raccontavano da bambini, un modo per testimoniare fatti che è bene non si dimentichino, un modo per mantenere un mondo di testimonianze e culture, cose che ci appartengono.

Orwell diceva che il romanzo è la più anarchica delle forme letterarie, a me questo piace, perché quando concepisci una storia c’è un processo creativo che va oltre anche i propri limiti, che è ricerca: di forma, di spessore, di un’architettura narrativa frutto di un processo mentale strettamente personale, insomma, si crea. Il romanzo spesso racconta quello che la Storia non dice e questo ce lo ha insegnato Manzoni.

“Affinché l’avvenimento più comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. Un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse.” Diceva invece Sartre. La parola magica che ho messo in grassetto, avventura, indica un mix di cose, ma in buona sostanza è qualcosa di insolito, ogni storia lo è. Luciano Vasta, in questo senso, con la propria anarchica immaginazione, ha dato corpo a “una storia altrui“, quella di Marina, che può benissimo essere stata la storia di tante donne senza voce.

Poi ci sono le buone storie: e quella narrata ne La follia di Marina lo è, soprattutto se consideriamo che è un romanzo d’esordio.

Ci sono romanzi imperfetti (i miei lo sono, ad esempio) che non si avvalgono di schiere di editor che rendono la materia narrata ineccepibile, ma che hanno il grandissimo pregio di raccontare vicende che ci entrano dentro. Marina, quando abbiamo chiuso il libro, non se ne va, resta lì con il dito puntato contro di noi.

Arrivo al romanzo, con cui questo preambolo ha a che fare: l’autore ci mette a stretto contatto con l’esperienza di una donna che in un determinato contesto e un determinato tempo ha una sorte agghiacciante. Vasta ci racconta questa storia (e la fa benissimo, io il romanzo l’ho letto in due giorni, possiede una struttura narrativa che non si inceppa) perché si è messo in ascolto di echi che nella sua mente hanno fatto scattare la vicenda, hanno dato corpo a una protagonista che non si dimentica facilmente.

La storia racconta la vita di Marina, una ragazza di soli sedici anni che, nei primi anni Sessanta, vive in un paesino tra le montagne calabresi. Poi accade qualcosa e la protagonista vive la terribile esperienza dell’ospedale psichiatrico in un momento in cui ai “malati” venivano somministrate cure terribili.  E l’autore, con la sua sensibilità e capacità di ascolto,  racconta che a ispirare la sua storia, “è stato un articolo che parlava della giornalista americana Nellie Bly, vissuta tra l’Ottocento e il Novecento; per quei tempi una pioniera del giornalismo d’inchiesta. Una donna molto determinata, oltre che una femminista convinta, tanto che Joseph Pulitzer, ideatore dell’omonimo premio giornalistico, comprese il suo talento e la assunse nel suo giornale. Per iniziare la sua collaborazione con la sua nuova testata, Nellie Bly decise di fare una inchiesta sui manicomi ma incontrò solo veti di ogni genere. Per aggirare gli ostacoli si finse pazza e si fece rinchiudere in un manicomio dove visse sulla sua pelle le ingiustizie e i maltrattamenti cui venivano sottoposti i malati. La giornalista riuscì così a fare l’inchiesta che fece scalpore e che costò anche il posto al direttore dell’ospedale psichiatrico”.

Il romanzo, attraverso la vicenda di Marina, affronta la situazione dei manicomi italiani prima della Legge Basaglia che nel 1978 e a me ha ricordato una storia che mi colpì molto: un film del 1990 di Jane Champion, la storia della “scrittrice pazza ” neozelandese Janet Frame, che nell’arco di otto anni subì più di 200 elettroshock. Non era “malata” era soltanto anticonformista e un po’ introversa.

Lorena Marcelli, che ha curato la prefazione dell’opera, scrive che “il romanzo è dedicato non solo a Marina, la protagonista, ma a tutte le donne che hanno visto la propria vita distrutta perché rinchiuse fra le mura di un manicomio. Un romanzo che ripercorre gli orrori che si perpetravano nei confronti delle donne che osavano vivere la vita al di fuori degli schemi sociali e che non si adattavano alle imposizioni dei genitori o delle autorità. Una narrazione delicata seppur incisiva, pagine piene di dolore, ma con un sottofondo di dolcezza infinita, di speranza, di vita che continua a farsi sentire, forte e coraggiosa. Una scrittura sicura, determinata, poco incline alla negazione del ‘male’ vissuto e fatto vivere a Marina, ma anche delicata e piena di ‘bellezza’ che si riesce a percepire fra le righe. La presunta pazzia di Marina è descritta con riserbo e pudore, ma non per questo viene resa meno dolorosa.  Veramente un romanzo che tocca il cuore”. 

Ricordo infine che il romanzo è stato premiato con La rosa d’argento al Premio Internazionale “Per troppa vita che ho nel sangue”, vincendo la pubblicazione.

Grazie a Luciano per aver scritto questa storia e buona, lunga strada a Marina!!

Luciano Vasta, La Follia di Marina, VJ Edizioni, Collana Parole Nuove, pag. 234

L’Autore

Luciano Vasta, nato a Lamezia Terme, da alcuni anni vive a Modena.
Da sempre impegnato nel sociale, ha negli anni svolto con continuità attività politica e sindacale.
Dopo aver lavorato nell’Agenzia delle Dogane per 40 anni, da quando è in pensione ha potuto riprendere i suoi interessi: musica e scrittura.
Scrive per diletto canzoni del genere cantautorale ed è da diversi anni iscritto alla SIAE in qualità di autore sia delle musiche, che dei testi.
A luglio 2023, il suo romanzo “Il Fatto”, vince il Primo premio assoluto nella sezione inediti nell’ambito del Premio Letterario Internazionale Castrovillari Città Cultura.

Un pensiero riguardo “La follia di Marina

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  1. Fai benissimo a pubblicizzare gli autori emergenti: l’ho fatto anch’io più e più volte, perché sono consapevole che per loro anche un minimo di pubblicità può fare la differenza tra esaurire le poche copie del loro romanzo o vederle tristemente finire al macero. E in alcuni casi sarebbe stato un vero e proprio sacrilegio.

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