Una storia di resistenza e di un’isola su una panchina

“Ognuno cerca di preservare la sua piccola isola di umanità. È l’unico modo di porsi attivamente alla disumanizzazione. Coltivare il sogno, coltivare l’umanità, coltivare questo spazio di umanità all’interno di una tenda, pur in un mondo perennemente in conflitto non è ammutinarsi, ma fortificarsi. A questo servono la poesia e in generale le occasioni di umanità.” (V. Capossela)

Bene, dopo questa citazione in premessa, osservate la copertina di questo romanzo: già a prima vista l’ho trovata bellissima, ma dopo aver letto il libro, quanto mai perfetta per la storia: c’è una bambina, a piedi nudi sull’erba, corre, e lo scatto la coglie con le braccia spalancate, il volto sorridente e felice, di una felicità assoluta e innocente, come se volesse abbracciare cielo e terra insieme.

Ed ecco la storia: la storia di una bambina curiosa a cui piace ascoltare gli adulti, che elabora pensieri che non sono propri di una bambina, a meno che non sia speciale, diversa. E quella bambina lo è.

Si ride molto in questo romanzo, il verbo “ridere” ricorre spesso, ed è sempre lei a provocare la risata: una risposta per sdrammatizzare, una battuta per semplificare, una parola buttata nel mezzo di un discorso per dire agli adulti: ehi…. Smettetela di essere noiosi, lavorate di fantasia, provate a mettere in moto l’immaginazione, c’è una strada, la vedete?

Tutto ciò che ascolta da grande diventa piccolo, e nel sezionare ciò che è più grande di lei, nel piccolo, lo comprende: il bene, il male, la politica, i racconti della madre sulla guerra, sul fascismo, il suo comunismo e il suo dolore; così come la storia del padre, che non è perfetto ma compra le paste la domenica, così che la crema diventa l’antidoto per sciogliere le incomprensioni, le assenze, i tradimenti. E tutto sembra bello, normale.

Ma soprattutto c’è l’ironia di uno zio, che non è uno zio qualunque, ma un uomo incontrato su una panchina ai giardini con cui lei e la madre fanno amicizia: zio Flaiano, un marziano che si è fermato lì chissà perché, forse proprio per lei. È Ennio Flaiano, lo scrittore.

Zio Flaiano è elegante, attento, la chiama “bambina” e a dispetto della sua malinconia, lei lo fa ridere. È un incontro straordinario, una sorta di miracolo che avviene in virtù del potere della parola: da una parte l’adulto disilluso, dall’altra la leggerezza di una bambina.

È brava, Maria Caterina Prezioso, davvero brava (io l’avevo già apprezzata moltissimo nel romanzo precedente I Giorni pari), ci regala non solo una bellissima storia, ma la magia di un incontro tra un Flaiano anziano, malato, deluso e una bambina che rinnova la forza della leggerezza, della tenerezza, della poesia. Di un Eden che appartiene proprio ai bambini che sanno smascherare la mediocrità degli adulti e del mondo, così come la cattiveria (c’è un altro uomo su una panchina che torna nel corso della narrazione, reale o immaginato non si sa, ma quello lei sa che è tutt’altro che buono, è qualcuno di cui non deve fidarsi).

In un periodo così difficile, duro, sia sul piano personale che generale, per come gira il mondo, tra notizie che ti rovesciano addosso una disumanizzazione crescente, questa favola bella, intensa e profonda, mi ha illuminato, ha creato nei miei giorni quel varco montaliano attraverso il quale ho spiato, mi sono ricordata io stessa della bambina curiosa e inquieta che sono stata, e mi ha dato una spinta. O forse, come direbbe la bambina, una pedata nel sedere.

La voce narrante è ingenua, ma forte, ti butta dal lato della speranza, pur nella nostalgia di un passato dove i quartieri (qui siamo a Montesacro a Roma) permettevano a una bambina di andare a scuola da sola, guardata a vista dai negozianti sulla strada, che la conoscono. E ne hanno cura, altra parola dismessa.

Ci sono storie che ci assomigliano, che finiscono per appartenerti in virtù del ritrovarsi tra le righe e ritrovare un senso che avevi messo da parte. In questi casi la storia ti apparterrà per sempre e alla fine non puoi che dire:

Grazie, Marina Caterina Prezioso, grazie per aver scritto questa storia con una macchina da scrivere rosa.

L’incontro

Ennio Flaiano lo abbiamo incontro ai giardini comunali.

È giugno del 1966. Ho cinque anni.

Per la maggior parte degli adulti non sono altro che una bambina solitaria. Non perché non mi piaccia giocare con gli altri bambini, ma finisco sempre per litigarci. (…) Prepotente con i prepotenti, cattiva con i cattivi. Il problema è che sono in tanti, o a me così sembra, e finisce che a forza di combattere diventi come loro.

“E allora come si fa?”

Così corro da sola anche se vorrei tanto qualcuno con cui correre. È una gioia irrefrenabile, con le braccia alzate a vento, e nella corsa quasi cado ai suoi piedi, ai piedi della nostra panchina.

Ora si arrabbia penso, invece mi fa un gesto (..) mi siedo accanto a lui. Mi sorride e io gli guardo i baffi. Mi piacciono gli uomini con i baffi.”

“Mia madre mi ha insegnato a guardare e io la vedo quella malinconia, sta lì seduta aspettando una carezza che non sia solo conforto, ma qualcosa di più: sia comprensione. È allora che la malinconia esce allo scoperto e timidamente si apre al tuo sguardo. La vedo e la sento come fosse una nuvola densa, forse basta soffiarci dentro per farla sparire.

Guardo la malinconia e la malinconia guarda me.

Non sono pensieri da bambina, dico a me stessa. Allora provo  fare qualcosa di più che a mia madre non riesce: provo a far sorridere la malinconia, che beata si dissolve a poco a poco come nebbia quando esce il sole; ancora di più, cerco di tramutarla in una risata. Non è mica facile.”

IL ROMANZO

Roma, quartiere Montesacro, primi anni successivi al boom economico, anni che segneranno il confine preciso tra quello che è stato e quello che deve ancora avvenire. Lo scrittore è famoso per la sua tagliente ironia e per le sue sceneggiature. Ha vinto la prima edizione del premio Strega; la bambina è una fanciulla qualunque, ma possiede una memoria antica che la conduce a essere altro. Sua madre vuole per lei un futuro diverso ed è pronta a combattere e tramandare quei valori nei quali crede. L’incontro sarà decisivo per tutti loro. Per lo scrittore, con la sua malinconia che lo rende speciale, una inquietudine che presenta il conto e viene celata per pudore. Per la bambina, che cerca di togliere quel velo che oscura i volti e al suo posto far apparire un sorriso. Per la madre della piccola, che desidera la vita, come può desiderare solo chi è sopravvissuto; il suo è un amore che disorienta chi non è all’altezza. Attraverso gli occhi della bambina ripercorriamo questi anni incontrando i mostri, figure che appaiono ma che non tutti riescono a vedere, forse perché frutto dell’immaginazione. Sarà solo la bambina a contrastarli, a cercare di sconfiggerli. E nasceranno degli intrecci speciali, un’amicizia profonda, un rapporto tra lo scrittore, la fanciulla e sua madre che ci condurranno dentro un mondo fatto di attese, speranze e delusioni.

L’AUTRICE

Nata a Roma, laureata in Scienze Politiche, ha collaborato e pubblicato con riviste e giornali quali “Satisfiction”, “Avvenimenti”, “Primafila”, “Ex Libris”. Ha pubblicato sulle riviste “Storie”, “Omero”, “In Edito”, “TutteStorie”, “Ellin Selae”. Ha vinto il premio di Poesia e Narrativa “Negativo del Silenzio” con il racconto Le caviglie del treno. La sua scrittura nasce con la poesia e la silloge Nelle rughe del muro (Ibiskos, 1991). È autrice di testi di carattere teatrale quali La risposta di Leonardo (con Giuliana Majocchi, il Segnale 1996) e La stanza. La festa dei Tuareg (Titivillus, 2004). Ha inoltre pubblicato nel genere narrativo Il gioco n. 33 (Il Ventaglio, 1993), Il colpo (Pequod, 2008), Cronache binarie (EDE, 2011), Blu Cavolfiore (Golena, 2013), La ballata dei giorni della pioggia (Kogoi, 2016), Pina & Max (con Giuliana Majocchi, Leucotea, 2018). Con Arkadia Editore ha pubblicato il romanzo I giorni pari (2024) e Lo scrittore e la bambina (2026)

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