Footing o futting?

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Intorno ai quindici anni – erano i fatidici anni 70 – ero una ragazzina sveglia e impegnata parecchio tra scuola, sociale e politica. A quei
tempi la forma fisica non era propriamente un pallino e del resto il mio incontro con le attività sportive si era già rivelato una catastrofe. Intanto alle medie la mia insegnante aveva il naso con la punta all’insù, portava con eleganza anche le buste della spesa e ci faceva stare sulle punte con la schiena dritta perché, della serie, eravamo femmine, e niente di meglio di questo per risvegliare in me l’istinto da masculazza. Il secondo tentativo fu con la pallacanestro, che era una sport che mi appassionava. Ma fu una relazione breve e burrascosa con una rottura infelice: primo perché la mia statura quella era e quella restava e per quanto mi consolassi dicendo che potevo sempre giocare da playmaker che mica tutti sono alti, la mia carriera franò una domenica mattina durante un torneo che si disputava su un campo di cemento alle scuole elementari. La partita l’ho rimossa, ma l’inizio no e nemmeno quell’affabile ragazzino che subito appena avviai la mia performance mi disse dalla linea:

“ O numero dieci, e nduvi a jiri????”

Inutile dire che questo ha decretato la fine del mio amore per la pallacanestro.

Poi al liceo: un’insegnante memorabile (zoppa e anziana) che tanto per capirsi mi negava gli esercizi alla spalliera perché secondo le sue conoscenze avevo le tette grandi e poteva essere pericoloso!!

Comunque verso i quindici anni  prese anche a me l’idea della forma fisica, così io e un’altra pazza come me decidemmo che la mattina prima di andare a scuola avremmo fatto footing (mi viene in mente che oggi non si chiama più così).
“Futting?” Chiese  mia madre  alla notizia (mia madre con le parole inglesi era una vera potenza).
“No mamma, futing”. Non c’è stato mai verso: per mia madre quelli che correvano in giro sono sempre rimasti quelli che andavano a futting.

Ma l’avventura delle due amiche pazze non si ferma qui: noi dovevamo ottimizzare al massimo quell’allenamento, per cui il metodo prevedeva che non solo avremmo corso, ma ci saremmo impacchettate come due trote nelle buste di plastica per sudare di più, e non solo, per giunta nere perché attiravano il sole, secondo noi il massimo dell’effetto! Quindi a correre ben impacchettate nelle buste della spazzatura alle 7 di mattina.
C’era un solo problema: che tutte quelle buste grosse e nere attorno alla pancia e alle gambe sotto la tuta, prima di aderire alla pelle producevano uno sfrigolio rumoroso che a muoverci sembravamo due astronavi che hanno sbagliato manovra e  strusciano contro i muri.
Mentre uscivo di casa nel silenzio al mattino presto, mia madre dal letto apriva un occhio e bofonchiava:
“Ma nduvi vai a st’ura cu stu sgrusciu ca ti piano pi’ pazza!”
E in effetti che parevamo due statuine plastificate, lo potevamo leggere sulle facce di quelli che incontravamo. Era vero: facevamo uno sgruscio strano.
Che poi a dirla tutta mica me lo ricordo se abbiamo mai corso e quanto è durata.
Però, in compenso, mi ricordo il colore del cielo primaverile di mattina presto e l’odore degli alberi di arancio: dolceamaro come la nostra età.

 

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