I PATATI CU PIPI FRIJUTI E LA FILOSOFIA

C’è odore di coincidenze-dara_h_partb patate e pipi frijuti in questo romanzo e un buon calabrese sa che questo è un odore inconfondibile, te lo porti addosso e funziona come le madeleine proustiane.

C’è però di più: l’odore si sente camminando, come succede quando vaghi per i vicoli di un vecchio paese: “contrada Vasia, nella parte vecchia del paese, era una stradina stretta e discreta. La casa dei Migliazza era piccola, e non ci si raccapizzava come facevano a starci dentro così tante persone. Fuori, sui gradini, la mamma insegnava alla figlia più piccola a usare l’uncinetto”.

E tuttavia non basta, ci sono anche gli umori: “i balconi del paese, invece, appartenevano al cielo. Per scoprirli bastava guardare in alto come a cercare un banco di nuvole, e ci si accorgeva così di Lina d’o Tata che tutto il giorno se ne stava assettata su una seggia di vimini a ricamare il corredo per la figlia, oppure di Mariettuzza Rosanò che chiudeva tutti i balconi con le tende, o anche di Marianna Chirinu che nelle latte arrugginite di sarde salate aveva chiantatu un intero orto botanico. Bastava poco per accorgersi delle comari che chiatavanu da una parte all’altra della strada, come se dall’alto le cattiverie e i pettegolezzi pesassero di meno.”

C’è un intero paese in questo romanzo: Girifalco, in provincia di Catanzaro, in Calabria. Per me che sono nata a pochi chilometri da lì (e non ci sono mai stata) quello era il paese del manicomio, nel senso che c’era proprio ubicato un manicomio vero. Ma i pazzi in questo libro restano sullo sfondo. Il paese è soprattutto il luogo dove è nato “Il Postino”, il protagonista della storia che si svolge nel 1969, l’anno dell’uomo sulla luna: “il postino pensava che se avesse avuto una vita diversa fatta di animali da curare, figli da crescere, mogli da badare, conti in banca da far lievitare o città da conquistare, non avrebbe avuti in testa quegli strani penzìari sull’uomo o sulla vita che lo assomigliavano a un filosofo mancato. A Talarico Scozzafava che cazzo gliene fotteva della filosofia?  I soldi gli crescevano nelle tasche, si fotteva le femmine più belle di Girifalco e dintorni, mangiava carne e pesce fresco e trovava sempre qualcuno disposto a fargli da servitura. (….) Il postino pensava che se fosse stato un uomo sicuro di sé e dei suoi mezzi, fiero, deciso, coraggioso, forte, non sarebbe stato un filosofo mancato. E invece non gli restava che pensare e dai suoi pensieri desumere piccoli meccanismi di vita, come quella mattina, quando si svegliò con la certezza che i sogni condizionano e indirizzano le giornate degli uomini”.

Come è mia abitudine su questo blog non scrivo recensioni (non sono una critica né ho ambizioni) e non presento libri se non quelli che mi sono piaciuti a tal punto da sentire il bisogno di dire al resto del mondo: leggeteli.

Nel caso di questo romanzo c’è anche qualcosa di più: nella lettura ho provato un sano, robusto moto perpetuo d’orgoglio, un sentimento verace, quasi avessi contribuito alla Storia. Cosa evidentemente infondata, visto che il merito va tutto all’autore, Domenico Dara, nato a Girifalco dove il romanzo è ambientato, che ha studiato però a Pisa e oggi vive in Lombardia.

Il fatto è che un certo senso di appartenenza lo molliamo per strada quasi a doverci difendere da un presunto senso di “inferiorità” che certa storia e certa cultura ci ha buttato addosso e così accade che ci sentiamo più forti quando cogliamo un segno di spinta e rinascita di una cultura e di una lingua “meridionale” in generale e calabrese in particolare, che al contrario ha radici illustri e profonde, maltrattate e oscurate dai luoghi comuni.

Questo romanzo ti fa dunque sentire così: orgogliosa di quell’appartenenza e di quella cultura, orgogliosa dei talenti che la esprimono come ha fatto Domenico Dara.

In questo libro tutto è “bello”, a partire dal titolo e dalla copertina: Breve trattato sulle coincidenze, per continuare con la storia di questo postino, uomo timido e onesto con la passione per le lettere, in particolare quelle d’amore, che comincia a registrare le coincidenze fino a tessere trame sugli altrui destini, grazie anche al suo particolare talento nell’imitare qualsiasi grafia. Una storia che ha come sfondo un intero paese, dove si aggirano donne voluttuose capaci di destare desideri inconfessabili e circuire giovani sacerdoti, donne schive e maritate con  un peso nel cuore per gli amori irrealizzati con uomini belli come Marcello Mastroianni, fino alle losche figure, sindaci imbroglioni che progettano discariche in luoghi ameni con il benestare di Roma.

Bella è anche la lingua: un impasto musicale di italiano e dialetto che dà a ogni cosa la sua giusta materialità: “… dopo aver cenato con patati e vajaniaddi il postino, pensando all’incontro del pomeriggio , prese dall’archivio il fascicolo di Maria Beddicchia consistente in due lettere. La prima gliela aveva scritta sei mesi prima una sua amica, Cuncetta Valeo: erano cresciute insieme come sorelle ma da due anni era emigrata in Svizzera,  e da Aarau le aveva scritto che aveva conosciuto uno swizzeru che le piaceva assai, che c’era uscita e l’aveva puru baciata sulla vucca, e che insomma se continuava accussì, prima dell’anno si fidanzava in casa. Le rispose qualche giorno dopo: Cuncettina, quanto sono contenta che ti stai zitijando. Come vedi, lu principe azzurru che aspettavamo da zitedde c’è, e prima o poi arriva. Il mio ancora lo aspetto, che guagliuni che mi girano intorno ce ne sono quanto vovolaci alla Marchisa, ma te lo dico solo a te, io lu principe azzurru me lo sono scelto, ed è bellu assai, ed è un poco timido, che ha sempre gli occhi bassi come se ha perso ncuna cosa che non trova cchiù, e io spero che la cosa che perse e non trova sono io.”

Da ultimo, nei libri, a volte avviene che al di là del loro valore oggettivo si compie quella particolare magia di incontro tra i propri stati d’animo e i messaggi che il libro contiene. Una straordinaria coincidenza che non capita spesso e, poiché nessuno meglio di me conosce il valore delle coincidenze, non mi resta che chiudere questa pagina con una frase del libro che tutto riassume:

“I MIRACOLI NON SONO ALTRO CHE COINCIDENZE ASSOLUTE”.

Auguro lunga vita a questo romanzo, leggetelo, è bellissimo!

Statemi bene Lulù – dice il postino al pazzo che gli aveva appena descritto la luna dove sopra certi muntagneddi ci sono i barattoli di vetro con dentro i cervelli aggiustati delle genti – e non preoccupatevi, che sulla luna prima o poi ci arriviamo tutti.”

 

BREVE TRATTATO SULLE COINCIDENZE, Domenico Dara, Nutrimenti Edizioni

Una risposta a "I PATATI CU PIPI FRIJUTI E LA FILOSOFIA"

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  1. Da come ne parli si capisce che il libro è appassionato e sincero, lo comprerò (si trova?)
    e lo passerò a Nicky che a onta del nome è catanzarese.

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