Quando il pronto soccorso non è una serie tv (soprattutto al sud)

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Ieri mattina sono finita al pronto soccorso di Lamezia terme. Un malore a scuola, niente di grave, ma quanto è bastato perché i miei colleghi mi spingessero ad andarci. Lo ammetto, come malata non sono un granché. Penso sempre di potercela fare, di potermi difendere, ma ieri ho ceduto. Un po’ di strizza alla fine mi è presa.
Il mio quadro clinico, almeno rispetto al malore, è risultato essere senza rischio, ma non è di questo che voglio scrivere. È da ieri che penso di farlo: per quello che ho visto in quasi nove ore trascorse lì.
Io sono una ritornata in Calabria dalla Toscana, abituata dunque a una sanità che funziona. Ieri mi guardavo intorno e continuavo a chiedermi: com’è possibile ridurre l’ospedale di una città di ormai quasi 80 mila abitanti in queste condizioni? Come abbiamo lasciato – più che altro – che ciò accadesse?
Come mi ha detto la dottoressa, non sono stata fortunata, ho beccato una giornata tremenda, due incidenti, codici rossi e urgenze. Ho avuto tutto il tempo per osservare, ascoltare, pensare.
Pensare alla fragilità della vita, alla paura di perderla, o che la possa perdere un proprio caro. Timore del dolore quando non se ne conosce la causa, angoscia di dover affrontare un percorso fuori dalla vita normale.
Un anziano che piange, lo sguardo fisso al pavimento, gli manca il respiro, la mano di suo figlio che accarezza la testa calva. Un viso e delle mani che raccontano una vita di lavoro. Aveva la febbre e non riuscivano neanche a trovare un termometro per misurargliela. Probabilmente era angosciato per la moglie, anche lei lì, a lamentarsi per un forte dolore allo stomaco. Erano arrivati alle due circa, quando sono uscita io erano quasi le 8 e i figli erano là che imploravano che almeno le dessero qualcosa che placasse il dolore.
Due stanzette, tre lettini ciascuna, due medici e due infermieri costretti a correre da una parte all’altra nel caos totale. In corridoio gente in barella e in carrozzina. Mi sono data da fare anch’io ad aiutare a spostare qualcuno o qualcosa, e come me altri.
Talvolta l’uso improprio del pronto soccorso: tante madri con bambini, giustamente spaventate, che pagano l’ansia per i medici di base che non vanno più a casa e il telefono non basta. Una ragazza con un mal di testa, un codice bianco, portata dalla madre.
Una donna che piange con il giaccone insanguinato, suo marito sulla barella: hanno avuto un incidente. È dolorante, si vede, ma non vuole sedersi, va su e giù accanto al marito, spaventata.
Altri che avrebbero bisogno di un ricovero ma non si trovano i letti.
Qualche sorriso anche: l’infermiere mi dice che l’anziana accanto a me che non smette di parlare ogni due mesi è lì. Hanno una conversazione in dialetto esilarante: tiniti 90 anni, mammama è morta a novant’anni, pace, si mori. Come a dire caustico che non è che lì possano fare i miracoli. Dice alla figlia: ma cumu a sumpurtati? E l’anziana lì che chiede esami su esami. Già che c’è.
Una ragazza giovane, all’accettazione, con la voce rotta spiega confusa che ha delle perdite, che è incinta di sette settimane. Io la guardo e la vorrei abbracciare. Le vorrei dire spero che a te vada bene, ma in ogni caso sei giovane. Hai tempo.
Il tempo: è stato lento e convulso, là dentro, in tutte quelle ore, ad aspettare: aspettare che ti chiamino, che ti facciano il prelievo, che arrivino i risultati. Nel mio caso un errore tecnico ha causato un secondo prelievo e un supplemento d’attesa, altre ore, lì, ad aspettare.
Aspettare. Il mondo ci sta crollando addosso e noi aspettiamo, perché al peggio non c’è mai fine. Penso al piccolo ospedale di Soveria Mannelli, una bella cittadina di montagna, un’eccellenza che hanno chiuso. Ma non hanno chiuso soltanto un ospedale, hanno chiuso la città: l’ospedale era movimento, persone che ci lavoravano, che vivevano. Dopo la chiusura gioco forza molti si sono trasferiti: ecco come avviene l’abbandono dei luoghi da queste parti.
Mi vengono in mente i politici indagati per affari illegali su ciò che ruota intorno alla sanità, eppure la gente se dovesse domani li rivoterebbe, o voterebbe suoi pari. Perché in fondo, chi se ne frega, sono tutti uguali.
A guardarsi intorno c’era un’umanità decadente, per la prima volta mi sono trovata ad ammetterlo, un’ammissione dolente, rassegnata, senza via di scampo: due ragazze obese, ad esempio, con lunghi capelli ricci e fiori finti, forse gemelle, con dei leggins strettissimi e trasparenti, degli stivaletti con tacchi altissimi, talmente alti da essere storti sotto la spinta del peso. Una delle due ha una giacca cortissima di pelo grigio. Sembra un panda. Hanno un aspetto terribile, conciate in quel modo, provo una sorta di vergogna tenera per loro. Le immagino davanti alla tv, a guardare uomini e donne di Maria De Filippi, a sognare chissà che cosa. In fondo a loro non importa un fico secco del politico corrotto, della causa perché questo luogo puzza di stantio e di sporco.
Alla fine ieri sera non ero soltanto stanca, ero soprattutto triste: per tutta quella sofferenza senza risposta, colma di responsabilità che non amiamo attribuirci, pronti come siamo a puntare il dito per spirito di contraddizione.
Lì c’era soprattutto l’umanità povera: quella che non si permette il privato, che non va fuori a curarsi come ormai da queste parti sei costretto a fare. Se non è emergenza da qui scappi.
Quella povertà (non soltanto economica) che magari voterà Salvini perché la sua faccia rubiconda e consolante spunta dalla tv a qualsiasi ora e in qualsiasi programma a raccontare che i neri sono il pericolo, che la sicurezza lo è, mentre basterebbe essere lì, in quel pronto soccorso, per capire se si è al sicuro. Come se a Salvini importasse una cippa di salvare il sud che non si è mai salvato da solo.
Alle sette e trenta non ne potevo più. Ero arrivata al mattino con un malore e se non fossi andata via mi sarei sentita male davvero. Ho chiesto alla dottoressa e lei non ha avuto il coraggio di mentirmi, per tre volte mi aveva assicurato: un’altra ora. Ho firmato per uscire, anche se sul tardi mi ha mandato un messaggio con il risultato di quell’ultimo esame.
Onore ai medici e agli infermieri che lavorano in queste condizioni: senza nulla, in un luogo che dovrebbe essere il primo soccorso, l’accoglienza del malato.
Io me ne torno a casa, spossata. Perfino la rabbia, che in questo casi di solito si impossessa di me che ho un senso civico e politico che quasi sfiora l’ingenuità, scompare. Solo pena, tanta pena.
Lascio l’anziana che si torce per il dolore allo stomaco e spero che presto le diano udienza. E qualcosa che calmi il dolore e la preoccupazione di suo marito, che le sta accanto come un bambino che ha paura.
Spaurito. Come diventiamo tutti quando la vita sembra poter deragliare.

Ps: per la cronaca, sto bene download (1)

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