Prendete La passeggiata di Robert Walser (1919): è la storia di una passeggiata di un uomo che ama camminare e si svolge nell’arco di una giornata. Robert Walser, come me, nella realtà era un amante delle passeggiate e nel suo camminare vaga con la testa tra i sogni, in maniera in po’ anarchica, e così ne La passeggiata cerca la bellezza delle cose e ve la racconta con ironia, presentando le figure più disparate, da quelle più semplici, a quelle più affabili a quelle più inquietanti.
Nel romanzo lo scrittore ci invita a compiere questa passeggiata e ci avverte:
«Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io m’imbatta in giganti, abbia l’onore d’incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti perfidi e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto»
Prendete poi questo romanzo breve, ma poderoso, la cui narrazione è condotta con uno sguardo che si muove in un piccolo paese, aggiungeteci un’atmosfera che risulta limpida e lineare nella descrizione (e voi siete catapultati lì, proprio lì), dipanata con una maestria tale da muoversi leggera come una ballerina sulle punte da un luogo all’altro, da un personaggio all’altro. Aggiungete che quello sguardo indaghi luoghi e anime che mai, solitamente, risplendono di luce propria, vite ordinarie, talvolta con ombre, eccessi, vizi (“una penna velenosa”, come la definisce nella prefazione Massimo Rovati) e avrete I provinciali di David Manzoni, edito da Divergenze (benedette siano le case editrici indipendenti)
Dove sta l’arguzia (e anche la bellezza) di questo romanzo? Nella capacità dell’autore di condurvi tra vicoli e case, chiese e osterie dove nulla sembra accadere e ciò che “deve” o “dovrebbe” accadere sta nella curiosità di scoprire qualche malefatta, qualche buco nella tela, qualche pertugio dove si nascondono chissà quali segreti.
In sostanza tutto accade e niente accade davvero, come nella vita di Lilia, una giovane studentessa che torna dalla città nella quale studia e viene prese di mira da qualcuno. Ma da chi? E cosa nasconde nella nicchia il parroco, Don Lamberto?
La normalità si accetta male, quello che spesso cerchiamo in un romanzo è l’effetto, il climax, la caduta, il rialzarsi dopo una sconfitta, il male oscuro e ben scolpito nella sua algida definizione, i sentimenti alti, o quelli infimi, possibilmente narrati tramite megafono, infarciti di metafore e parole roboanti. Effetti speciali.
Invece ne I provinciali (che per antonomasia sono coloro che hanno una mentalità piatta, senza guizzi) l’autore si prende gioco di voi e dei meccanismi narrativi, vi fa camminare tra quei lati oscuri come se fossero normali, perché lo sono, normali, e alla fine sono ciò che tutti siamo (come dice Walser ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto)
Una prosa delicata e precisa, senza finzioni dunque, che semplicemente esiste, passeggia con voi curiosando tra la strada e i vicoli, la campagna e il fiume; descrive ad alta voce, senza intoppi, come una cosa naturale, come il fiume che scorre lento:
“Ogni giorno, alle sei e mezza del mattino, la signora Dani entra in chiesa con misurata eccellenza. Ha i capelli raccolti, ordinati, il collo esile e il petto orgoglioso. Si ferma davanti alla statua di San Michele, impegnata in un colloquio privato. Dopo alcuni minuti, con la stessa eleganza fa un inchino, abbassa la testa ed esce in un silenzio immacolato.
Sulla pelle opalescente non porta gioielli, l’unico ornamento è un foulard pieno di minuscole frange arancioni, che tranne a lei stonerebbe indosso a chiunque. Attraversa la strada e sfiora le foglie del glicine che escono dai muri del giardino. Sembra leggerne la salute toccando le pagine con le dita, poi osserva gli enormi fiori a grappolo. Lascia che i primi sciami di insetti le volino attorno, senza scacciarli o dare segno di fastidio. Le rare figure in giro a quell’ora salutano deferenti e dalla piazza vicina sale rabbiosa la protesta delle auto.
Il vecchio giardiniere urla le istruzioni a un giovane tutto spigoli e lentiggini, addestrandolo a una vita che presto dovrà abbandonare. Il ragazzo infatti lavora in una biblioteca dal lunedì al sabato e i festivi torna al paese con lo sforzo della routine. Tuttavia si dà a cesoie e innaffiatoi, sereno come quando spolvera e cataloga libri, mentre il vecchio gli domanda che ci trova di tanto speciale.”
È un romanzo corale, senza protagonisti, composto da voci come in una partitura, definisce microstorie che potrebbero essere senza importanza, ma che orchestrate insieme danno un affresco di un’umanità tutt’altro che idealizzata. L’atmosfera apparentemente serena del borgo, di un paese vicino al Po, dove si vive senza pretese e si torna per ritrovare e ritrovarsi, ha voci diverse l’una dall’altra, ma tutte tese a quell’unica foce, trasportate da quell’unica corrente che ha il fiume prima di finire, da qualche parte, nel mare.
L’epilogo poi, la festa di paese, esplode nell’allegria festosa da sabato del villaggio, e qui la corrente trascina verso la fine, verso la foce:
“Per i guai c’è sempre tempo, è per essere felici che ce n’è meno. Ti vuoi perdere un momento felice?”
Un paese dove niente cambia, immobile e fedele a sé stesso, una storia che mi appartiene intimamente: io, che dopo tanto muovermi, cambiare e viaggiare, sono tornata proprio là, in quello che non è il paese che David Manzoni descrive così bene perché tocchi le cose, i volti, il glicine e le bottiglie di vermut, ma molto gli assomiglia. Quello dove sei cresciuto e hai imparato a riconoscere l’umanità con tutte le sue morbose curiosità, perché bisogna pur affogare la noia della normalità; ecco allora lo sguardo indagatore su chi ritorna, diventato straniero, i mille segreti che passano da orecchio a orecchio, subdoli, maligni ma alla fine riconoscibili, perché la riconoscibilità crea identità, definizione.
Anche se alla fine, tutti, noi tutti, in qualsiasi angolo del mondo si abiti, siamo così:
“Non avrebbero fatto in tempo a conoscere il chiacchiericcio dei vicoli, la loro voce che trapassa i muri e corre più veloce del vento. E quando il vento la coglie di sorpresa c’è sempre un ricordo, un angolo dove trovare rifugio per campare mille anni e resistere alle generazioni.”
Un percorso, passeggiando, perfetto.
Il romanzo
Ambientato nel 2014 e vincitore due anni dopo di un prestigioso premio letterario, I provinciali venne definito da una giuria di qualità di venti elementi «un romanzo politico senza una sola riga di politica, un trattato sulla filosofia sociale di un popolo argomentato come la migliore delle monografie, ma con la leggerezza narrativa di un Rodari e una cifra umoristica che ricorda molto da vicino i ritratti di Piero Chiara».
L’avventura dei provinciali del Manzoni d’oggi (cognome impegnativo!) tocca direttamente o indirettamente chiunque viva in un mondo devoto alle apparenze, un luogo nel quale ci muoviamo tutti i giorni e che parla, sogna, pontifica di cambiamento, ma nei fatti non vuole e perciò non può progredire. Riuscitissimo Gattopardo del nuovo millennio, è pieno di una satira che nel dettaglio coglie l’essenziale e denuncia gli aspetti più imbarazzanti del costume di “un paese che è tutti i paesi” nei quali si celebra la liturgia dell’immobilità. Un’immobilità anzitutto etica.
L’autore
David Manzoni è nato e vive a Genova.
Educatore, animatore nei quartieri ad alto rischio di devianza, si occupa di ragazzi e famiglie in difficoltà in una cooperativa sociale. Nel 2019 ha affidato a Divergenze l’opera teatrale La guerra dell’acqua, fortunato episodio di drammaturgia satirica
Per saperne di più e acquistare il romanzo (fare attenzione al progetto editoriale di Divergenze) link di seguito

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