LA GIOVANE CALABRESE CHE SCELSE LA LOTTA ARMATA

‘Le Mani in tasca”

Recensione del bel romanzo di Daniela Grandinetti

ARTICOLO DI FRANCA FORTUNATO PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD IL 12-11-2020

LA GIOVANE CALABRESE CHE SCELSE LA LOTTA ARMATA

ORIANA, giovane calabrese che negli anni ’70 del secolo scorso decide, contro il parere del padre, di iscriversi all’università di Bologna perché lì “sembra di essere a un passo dalla rivoluzione”, come le aveva scritto un suo “amico del liceo”, è la protagonista dell’ultimo romanzo della scrittrice calabrese Daniela Grandinetti dal titolo “Le mani in tasca” ed. Frecce. Oriana, come tante donne della sua e mia generazione, è alla ricerca di se stessa, del suo posto nel mondo, della sua indipendenza, spinta da un profondo bisogno di esistenza sociale libera. Sognava libertà e giustizia “fin dai banchi delle scuole elementari” quando difese una sua compagna da un’ingiusta punizione. Vuole dare un senso alla sua vita, sentirsi protagonista della storia, cambiare il mondo, ma va nel posto sbagliato che l’allontana da se stessa e dal suo corpo, entra nella storia dell’altro nello stesso momento in cui altre donne nei gruppi di autocoscienza pensavano se stesse in autonomia dagli uomini e costruivano, per sé e per le altre, la loro soggettività e libertà, dando inizio alla rivoluzione femminista, l’unica riuscita, senza violenza né spargimento di sangue. Oriana, come tante, non incontrò quella rivoluzione né si unì al movimento delle donne che lottava per la conquista dei diritti, ma fece proprie le idee, le azioni, gli obiettivi, la politica e l’organizzazione degli uomini, scelse con convinzione e “fede quasi maniacale” la strada della lotta armata, delle Brigate Rosse, della clandestinità che la porterà in carcere con una condanna di più di 30 anni. Lei che amava fare teatro – aveva cominciato a recitare, era brava e credeva di aver trovato la sua strada – si lasciò trascinare dal “vento della rivolta” e dalla “guerra per una causa giusta” che la faceva sentire non “una criminale” ma una “partigiana”. La storia degli uomini è lastricata di guerre per cause giuste e le guerre si sa “richiedono vittime”. L’autrice segue la sua protagonista senza giudicare né giustificare ma cercando di capire e fare capire. Pagine toccanti dedica alla brutalità e alla vita degradante del carcere “dove non esiste futuro né redenzione. Le mani in tasca e il tempo per scontare la condanna”. In quel tempo di guerra accade la strage, di matrice fascista, alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, a cui l’autrice paradossalmente affida la “rinascita” di Oriana, la cui vita si intreccia con quell’evento terroristico per via di Dario, il ragazzo che sognava di diventare regista, che amava il teatro sulle cui scene aveva conosciuto Oriana e se n’era innamorato, ma lei allora cercava qualcosa di più “grande” dell’amore di e per un uomo. È lui, tramite sua madre, e la sorella Evelina “che aveva affrontato da sola il dolore di due genitori, la loro vergogna, la loro morte”, che, dopo 23 anni di carcere, le offriranno l’opportunità di rinascere, aprirsi a nuova vita e ritrovare la sua umanità, distrutta dalla guerra che aveva combattuto e perso e che le aveva chiesto “l’abbandono delle passioni, degli affetti famigliari e personali”. Non rinnega il suo passato ma riconosce ed ammette di aver sprecato la sua vita. “Lo scopo che mi ero data e per il quale in un certo senso ho sacrificato la vita non è stata un’idea geniale”. Un romanzo intenso, bello, appassionato e appassionante, che fa riflettere e sulla strage di Bologna lascia a chi legge domande senza risposta che sembrano aver resa “vana” oltre che “barbara” la morte delle ottanta vittime, i cui nomi sono incisi su una lapide di marmo della stazione. Vittime “ingannate dalla vita e dalla morte”?

Davvero ottimo

Ho finito ora di leggere ” Le Mani in Tasca” di Daniela Grandinetti edito da Augh! Editore

Invece della solita foto sul tavolinetto, questa volta ne ho scattate due. La prima è sui tetti, perché entrambi i giovani protagonisti del romanzo sono pronti a spiccare il volo, anzi lo meritano per il tratto di strada romantico, brillante e al contempo malinconico che percorrono insieme. Nell’altra il libro è dietro le sbarre perché Oriana, la protagonista femminile, dietro i cancelli di una prigione c’è stata davvero per 23 anni a scontare una condanna per banda armata.

Il romanzo ci riporta agli anni 70 del secolo scorso, quelli duri e assassini. Parlare di quel periodo non è facile, ci vuole coraggio, i rischi nell’affrontare il tema degli “anni di piombo” sono tanti. Alcuni autori, pur con encomiabile sforzo di terzietà, e anzi proprio per questo, finiscono col mettere in fila asetticamente gli avvenimenti riducendoli a semplice elenco, una sorta di lista del terrore. Altri, schierandosi apertamente, scadono in commenti didascalici e giudizi moralistici, prigionieri della retorica dell’ovvietà, ovvero quella della vittoria del bene sul male. È allora inevitabile la banalizzazione di un periodo che fu invece complesso, di grande fermento culturale e ideologico, un impasto di razionalizzazioni estreme come estreme furono le conseguenze, e di profonde e tormentate riflessioni. Tutto si merita quel periodo, anche d’essere legittimamente definito infame, tranne che d’essere banalizzato. Ma Daniela Grandinetti è una scrittrice vera e non ci casca. Come i bravi attori interpretano i personaggi rubando loro l’anima, così Daniela, capitolo dopo capitolo, alternativamente prende le sembianze di Oriana e Dario. Non giudica, non emette sentenze morali, entra nei corpi e nelle anime dei protagonisti, nelle loro passioni, nei loro dolori. È un’operazione che le riesce perfettamente anche grazie alla scelta senz’altro felice della scrittura in prima persona. Una modalità che, a parer mio, favorisce non solo il processo di identificazione del lettore con il personaggio, ma produce quell’amalgama tra chi scrive e il soggetto di cui si scrive, che fornisce di credibilità e verosimiglianza ogni passaggio, ogni sussulto dell’anima. Nel romanzo non è descritta neppure un’azione terroristica cui Oriana certamente ha preso parte. L’ autrice si sofferma sugli stati d’animo dei protagonisti, racconta delle loro vite prima così vicine e poi drasticamente lontane e profondamente diverse. Scandaglia nel profondo, indaga il percorso politico e intellettuale, si sofferma sulle lacerazioni conseguenti.

Così Oriana sarà assolutamente consapevole allorquando sceglierà la clandestinità per entrare a far parte organicamente di un cellula terroristica, come lo sarà delle colpe che non nasconde né minimizza. Nella lunga detenzione non chiede né perdono, né compassione. Riflette, scava dentro di sé, si sforza di sopravvivere giorno per giorno. Neppure sogna la libertà. “Là dentro non esiste il passato ma soltanto la colpa commessa al di là di ogni ragionevole giudizio, non esiste futuro né redenzione. Le mani in tasca e il tempo per scontare la condanna. La pelle che si squama e lo sporco in ogni angolo depositato dalle colpe che hanno preceduto quella di ciascun condannato”.

Dario è un ragazzo timido perduto in un mondo tutto suo. Amante del teatro, innamorato della sfuggente e poi perduta Oriana, sensibile e tormentato. “Per tanto tempo avevo combattuto un’accozzaglia di sentimenti accatastati alla rinfusa. Il dolore per sua natura è un’entità invisibile che porta guerra, una guerra tattica che necessita di tempo prima che si possa conoscere il nemico, anticipare le sue mosse e magari sconfiggerlo. Il dolore è un guerriero addestrato e quasi sempre ci coglie impreparati.”

Con una scrittura fluida, avvincente, suggestiva, Daniela Grandinetti ci porta per mano accompagnandoci, tra le nebbie di quegli anni oscuri, prima sulle tavole di un palcoscenico e poi nella nudità di una cella di Rebibbia.

Davvero ottimo

Ottavio Mirra, scrittore

Nel profondo della storia

Turbamento, familiarità, delicatezza, passione, corpo

Queste le prime parole che mi sorgono a caldo dopo aver chiuso il libro “Le mani in tasca” di Daniela Grandinetti.

Turbamento per la storia di due miei coetanei così simile alla mia, alle tante vite tumultose di allora, quando bastava un nulla per varcare il sottile confine tra la ribellione, la polica attiva, il movimento studentesco e la clandestinità.

La familiarità direi per gli stessi motivi, e poi c’è Bologna, i suoi portici le stradine del ghetto, il teatro che immagino piccolo incastonato in un vicolo.

Familiarità il teatro, familiarità la cascina terapeutica nella campagna toscana.

La delicatezza con cui Daniela sta accanto ai suoi personaggi, senza giudizio, dipingendo le sfumature dei loro sentimenti tra la notte e il giorno. Il buio della prima passeggiata insieme e la finestrella accesa, il buio del teatro, la luce e l’aria limpida di certe mattine nelle strade di Bologna. Il buio della clandestinità e della cella, e la luce del verde che Oriana incontra il primo giorno di libertà. La delicatezza con cui sospinge il lettore a penetrare con lentezza la sua scrittura fino a che ci sei completamente immerso, dalla testa ai piedi, senza sapere come sia potuto accadere.

Passioni differenti uniscono e dividono Oriana e Dario. La passione di Oriana per la giustizia, celata nel fondo. Un segreto. La passione di Dario per Oriana sublimata nei silenzi, nella scrittura, nella messa in scena di “Lasciami un ultimo valzer”.   

Corpi quello di Oriana latteo e luminoso nella cucina sempre nottuna della sua casa. Luminoso, carnale, espressivo sulla scena. Allora il teatro era povero così povero da possedere soltanto il corpo degli attori. Oriana quasi non bada al suo corpo proteggendolo così dalle pulsioni. Pulsioni che saranno poi incanalate nella lotta armata dove il corpo altro non  è che un strumento da tenere in buona forma e allentato per le azioni da compiere (stranamente è così anche per gli attori e i danzatori). Un corpo da proteggere e dimenticare in cella, così come dimenticare il fuori, il proprio passato, il futuro per non impazzire. Un corpo libero, forte, felice solo nel sogno.

Corpo  timido quello di Dario tutto trattenuto nello sforzo di frenare l’amore per Oriana. Il desiderio imbrigliato, nella paura di perderla, di un abbraccio, lo sfiorarle i capelli, cullarla come una bambina.

Corpo dilaniato dalla bomba della stazione e, in un sobbalzo, ho pensato a Sergio Seci al suo sax, alla sua laurea 110conlode in musicologia al Dams che quel 2 agosto voleva prendere il treno per tornare a casa in Abruzzo. Quel treno non lo ha mai preso.

“…e noi siamo diventati polvere mischiata a pezzi di intonaco e ferro. Finiti in un soffio che chissà dove è andato in quella maledetta stazione”. 

Renata Giannini

LETTURE

Un lettore prestigioso: Gianni Barone

Ho ripreso tra le mani questo bel libro di Daniela Grandinetti. Già alla prima lettura mi aveva convinto, ma ora mi spingerei oltre: credo che tra tutti i romanzi italiani usciti nel 2020 Le mani in tasca si differenzi nettamente dal resto. Penso che il lavoro di Grandinetti possa contare su un’impostazione originale e fuori dagli schemi consueti e possa collocarsi dunque in una posizione di tutto rispetto. È un libro che ha la sua forza nella coniugazione a volte spezzata tra personale e politico, ambientato nel contesto degli anni più controversi della storia italiana degli ultimi decenni. Un grazie di cuore agli amici di Augh! per aver creduto in questo romanzo e un grande apprezzamento all’autrice per una narrazione che mi ha fatto pensare -pur senza concreti collegamenti- all’importante Città sommersa di Marta Barone.

Le mani in tasca letto in Litweb

Le mani in tasca letto in Litweb:

Le mani in tasca: La storia siamo noi. Noi uomini per sopravvivere rimuoviamo tutto e pensiamo che solo il presente sia difficile mentre il passato ci appare migliore e pacificato. Quel periodo di cui si racconta era orribile. Lo leggiamo e lo viviamo dal di dentro, dal carcere.

L’autrice è riuscita a creare personaggi credibili e ha dato a noi lettori una vicinanza affettiva alle vicende. Alla fine mi sono trovata accanto ad Oriana, a Michele.

Le mani in tasca ci riporta al periodo precedente la bomba esplosa alla Stazione di Bologna, il boato dell’esplosione rimbomba nel libro deflagrando sui personaggi e unendo destini che mai avrebbero avuto occasione di incontrarsi ma incontrarsi servirà a far vivere ancora una volta nel ricordo storie personali.

“Le mani in tasca” come “La città sommersa” di Marta Barone, come “Padrenostro” il film presentato a Venezia dove il regista racconta nelle prime sequenze l’attentato a suo padre, ci riportano gli anni settanta, una idea di cosa furono quegli anni.

Un libro da leggere perché è la nostra storia

Ippolita Luzzo

Una lettura

Oltre la recensione.

Quando una storia ti conquista, da subito, dalle prime pagine e capisci che aspettavi questa storia, che in fondo è arrivata al momento giusto, perché le storie, quelle vere, quelle giuste, quelle belle, arrivano sempre al momento giusto.

Quando il racconto ti prende e non lo lasci, perché non ti lascia, perché i fili si intrecciano e diventano un filo solo, sempre più grosso, che ti gira intorno, ti avvolge, sempre più stretto, sempre più stretto. Quando arrivi all’ultima pagina e ti dispiace, perché ci sei arrivato troppo presto, perché volevi una storia più lunga, perché ti tocca lasciare un compagno di viaggio, del tuo viaggio.

Quando maledici la scrittrice perché alla fine rimani solo, con una storia bellissima, ma solo.

Quando benedici la scrittrice perché non sei stato solo.

Quando senti che quello sei tu, non puoi essere che tu, nudo, di fronte a te stesso.

Quando pensi che la fine sia solo l’inizio, di un viaggio più lungo.

Quando ti innamori di un personaggio che è sulla carta.

Quando leggi ma sei altrove, nel mondo di ieri che è anche il mondo di oggi, diverso da come volevi, diverso da te che pure fai parte di questo mondo.

Quando il libro non lo senti nelle mani, mentre lo sfogli, perché ti porta altrove.

Quando non sono gli occhi che leggono, ma la mente, il cuore, l’anima.

Quando Dario… ti appartiene. Mi appartiene.

“Le mani in tasca”, di Daniela Grandinetti.

Prof. Corrado Plastino

“Le mani in tasca”

Le mani in tasca

Convenzionali

di Gabriele Ottaviani

Il tempo scava, muta il corpo e la mente, definisce la nostra sostanza e ci segna…

Daniela Grandinetti, Le mani in tasca, Augh! Edizioni. Dario è timido e vive in un mondo tutto suo: solo sulle tavole del palcoscenico si sente a casa. Per Oriana, invece, quelle stesse tavole sono, come ogni suo gesto, ogni suo comportamento, ogni suo pensiero, nell’effervescente Bologna universitaria degli anni Settanta del Novecento, suo approdo dalla provincia, un atto densamente politico: le loro due solitudini si incontrano, e… Intenso, avvincente, appassionante, vibrante: impeccabile e imperdibile.

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Quando a scrivere è uno scrittore che ami e stimi (molto)

Quando ho letto questa inaspettata recensione uscita sul Corriere Fiorentino, confesso, mi sono tremate le vene e i polsi

«Le mani in tasca» (Augh edizioni, collana Frecce, 220 pagine) è il terzo romanzo di Daniela Grandinetti, nata a Lamezia Terme ma col cuore in Toscana, dove ha vissuto per molti anni e dove torna molto spesso. Tanto che l’autrice, nel corso della narrazione, incrocia i paesaggi del Mugello – e in particolar modo di Vicchio, dove la protagonista del romanzo maturerà il suo percorso umano – con quelli delle Calabria e di Bologna. Al centro di questo romanzo – scritto con mano felice – c’è Oriana, donna bellissima e sfuggente come solo le calabresi sanno essere. Oppressa da un’ambiente ostile Oriana si impone con la sua famiglia e decide di frequentare l’università di Bologna: è il periodo delle occupazioni studentesche, dei sogni e delle utopie di una generazione che negli anni Settanta fa sentire con prepotenza la propria voce. Una voce che porterà la protagonista a diventare un elemento delle Brigate Rosse e che, proprio per questa sua scelta estrema, sarà arrestata.

La Grandinetti procede come un romanzo di formazione. Da un lato di Oriana racconta l’immensa passione per il teatro, dove conoscerà Dario, timido e intellettuale che col tempo si innamorerà di questa donna così dolce ma dalla vita così difficile da inquadrare. Dall’altro ci sono appunto le vicende di Dario, un uomo che si mette in discussione ma pensa che il teatro sia la chiave di volta della Vita, oltre che un modo per restare in contatto con Oriana, impegnata a fare anche del teatro un’azione politica.

Lo snodo narrativo arriva nel momento in cui Oriana viene arrestata e passa 20 anni in carcere, dove ci è finita perché legata alle Br. E anche se la protagonista non ha mai sparato un colpo, nel percorso carcerario inizia a discutere con se stessa arrivando a un confronto, molto spesso – ed è un meccanismo azzeccato – figlio di contraddizioni. Sarà in Toscana – una volta che Oriana andrà dalla sorella – che tutto si ricomporrà. Il teatro tornerà a essere centrale nella sua vita dove – per uno stratagemma narrativo assolutamente felice – tornerà a vivere anche Dario, che nel frattempo è rimasto ucciso nella strage di Bologna.

Daniela Grandinetti firma una storia nuova che è al tempo stesso un grande affresco storico-politico degli ultimi 40 anni, ambientando nel carcere un racconto che ricorda per certi versi le atmosfere de “Le prigioni di Stato” di Aldo Braibanti e che rievoca certi personaggi alla Jenet. Nell’incedere della storia – scritta con lirismo e in maniera asciutta, quasi a togliere il superfluo della scrittura – si sente fortissima la presenza di un libro: “Il ragazzo morto e le comete” di Parise. Un bel romanzo, questo terzo romanzo della Grandinetti, che porta il lettore in una storia forte, estrema e delicata al tempo stesso.

Simone Innocenti

Link qui https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/arte_e_cultura/20_ottobre_22/mani-tasca-grande-affresco-storico-politico-ultimi-40-anni-7e26261c-147c-11eb-8c7d-0424e4615d52.shtml

Recensione di Ottavio Mirra

Ho finito ora di leggere ” Le Mani in Tasca” di Daniela Grandinetti edito da Augh! Editore. Invece della solita foto sul tavolinetto, questa volta ne ho scattate due. La prima è sui tetti, perché entrambi i giovani protagonisti del romanzo sono pronti a spiccare il volo, anzi lo meritano per il tratto di strada romantico, brillante e al contempo malinconico che percorrono insieme. Nell’altra il libro è dietro le sbarre perché Oriana, la protagonista femminile, dietro i cancelli di una prigione c’è stata davvero per 23 anni a scontare una condanna per banda armata.

Il romanzo ci riporta agli anni 70 del secolo scorso, quelli duri e assassini. Parlare di quel periodo non è facile, ci vuole coraggio, i rischi nell’affrontare il tema degli “anni di piombo” sono tanti. Alcuni autori, pur con encomiabile sforzo di terzietà, e anzi proprio per questo, finiscono col mettere in fila asetticamente gli avvenimenti riducendoli a semplice elenco, una sorta di lista del terrore. Altri, schierandosi apertamente, scadono in commenti didascalici e giudizi moralistici, prigionieri della retorica dell’ovvietà, ovvero quella della vittoria del bene sul male. È allora inevitabile la banalizzazione di un periodo che fu invece complesso, di grande fermento culturale e ideologico, un impasto di razionalizzazioni estreme come estreme furono le conseguenze, e di profonde e tormentate riflessioni. Tutto si merita quel periodo, anche d’essere legittimamente definito infame, tranne che d’essere banalizzato. Ma Daniela Grandinetti è una scrittrice vera e non ci casca. Come i bravi attori interpretano i personaggi rubando loro l’anima, così Daniela, capitolo dopo capitolo, alternativamente prende le sembianze di Oriana e Dario. Non giudica, non emette sentenze morali, entra nei corpi e nelle anime dei protagonisti, nelle loro passioni, nei loro dolori. È un’operazione che le riesce perfettamente anche grazie alla scelta senz’altro felice della scrittura in prima persona. Una modalità che, a parer mio, favorisce non solo il processo di identificazione del lettore con il personaggio, ma produce quell’amalgama tra chi scrive e il soggetto di cui si scrive, che fornisce di credibilità e verosimiglianza ogni passaggio, ogni sussulto dell’anima.

Nel romanzo non è descritta neppure un’azione terroristica cui Oriana certamente ha preso parte. L’ autrice si sofferma sugli stati d’animo dei protagonisti, racconta delle loro vite prima così vicine e poi drasticamente lontane e profondamente diverse. Scandaglia nel profondo, indaga il percorso politico e intellettuale, si sofferma sulle lacerazioni conseguenti. Così Oriana sarà assolutamente consapevole allorquando sceglierà la clandestinità per entrare a far parte organicamente di un cellula terroristica, come lo sarà delle colpe che non nasconde né minimizza. Nella lunga detenzione non chiede né perdono, né compassione. Riflette, scava dentro di sé, si sforza di sopravvivere giorno per giorno. Neppure sogna la libertà.

Là dentro non esiste il passato ma soltanto la colpa commessa al di là di ogni ragionevole giudizio, non esiste futuro né redenzione. Le mani in tasca e il tempo per scontare la condanna. La pelle che si squama e lo sporco in ogni angolo depositato dalle colpe che hanno preceduto quella di ciascun condannato“.

Dario è un ragazzo timido perduto in un mondo tutto suo. Amante del teatro, innamorato della sfuggente e poi perduta Oriana, sensibile e tormentato.

Per tanto tempo avevo combattuto un’accozzaglia di sentimenti accatastati alla rinfusa. Il dolore per sua natura è un’entità invisibile che porta guerra, una guerra tattica che necessita di tempo prima che si possa conoscere il nemico, anticipare le sue mosse e magari sconfiggerlo. Il dolore è un guerriero addestrato e quasi sempre ci coglie impreparati.

Con una scrittura fluida, avvincente, suggestiva, Daniela Grandinetti ci porta per mano accompagnandoci, tra le nebbie di quegli anni oscuri, prima sulle tavole di un palcoscenico e poi nella nudità di una cella di Rebibbia.

Davvero ottimo

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Aggiungere commenti come questo, per capire meglio quello che ho fatto, se l’ho fatto e come.

La più grande difficoltà per un autore, è quella di riuscire ad avere la capacità di evitare di ripetersi e tu, Daniela, ci sei riuscita perfettamente. Dopo essermi saziato con le immagini di Cosma e della sua malasorte, delle folate di vento con i paesaggi e le sue storie, sei riuscita a spiazzarmi con un romanzo ancora una volta molto bello, estremamente coinvolgente, ma completamente diverso dai precedenti. Le mani in tasca è un romanzo generazionale, nel senso che attraversa un periodo storico che mi è appartenuto e Oriana, la protagonista, fa scelte estreme che hanno almeno sfiorato, ed a volte coinvolto, tanti ragazzi in quegli anni. Il romanzo è una sorta di partita di ping pong, poiché è strutturato con un alternanza di voci tra i due protagonisti, Dario ed Oriana, ma mentre il racconto di Dario si incentra unicamente sul momento della sua vita in cui ha incrociato Oriana (leggendo si capirà anche il perché) e sulle conseguenze di quell’incontro, Oriana, invece, snoda il suo racconto partendo da dopo quel momento ed attraversa tutto l’arco della sua vita sino all’oggi. È un libro che mi ha coinvolto molto e nel quale ho riconosciuto la mia generazione, che ha fatto tanti sbagli, ma che ha scelto di lottare e di provare ad essere protagonisti del proprio destino, anche a costo di sbagliare. Grazie per averlo scritto e per avermelo fatto leggere.

L. V.

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