Nel profondo della storia

Turbamento, familiarità, delicatezza, passione, corpo

Queste le prime parole che mi sorgono a caldo dopo aver chiuso il libro “Le mani in tasca” di Daniela Grandinetti.

Turbamento per la storia di due miei coetanei così simile alla mia, alle tante vite tumultose di allora, quando bastava un nulla per varcare il sottile confine tra la ribellione, la polica attiva, il movimento studentesco e la clandestinità.

La familiarità direi per gli stessi motivi, e poi c’è Bologna, i suoi portici le stradine del ghetto, il teatro che immagino piccolo incastonato in un vicolo.

Familiarità il teatro, familiarità la cascina terapeutica nella campagna toscana.

La delicatezza con cui Daniela sta accanto ai suoi personaggi, senza giudizio, dipingendo le sfumature dei loro sentimenti tra la notte e il giorno. Il buio della prima passeggiata insieme e la finestrella accesa, il buio del teatro, la luce e l’aria limpida di certe mattine nelle strade di Bologna. Il buio della clandestinità e della cella, e la luce del verde che Oriana incontra il primo giorno di libertà. La delicatezza con cui sospinge il lettore a penetrare con lentezza la sua scrittura fino a che ci sei completamente immerso, dalla testa ai piedi, senza sapere come sia potuto accadere.

Passioni differenti uniscono e dividono Oriana e Dario. La passione di Oriana per la giustizia, celata nel fondo. Un segreto. La passione di Dario per Oriana sublimata nei silenzi, nella scrittura, nella messa in scena di “Lasciami un ultimo valzer”.   

Corpi quello di Oriana latteo e luminoso nella cucina sempre nottuna della sua casa. Luminoso, carnale, espressivo sulla scena. Allora il teatro era povero così povero da possedere soltanto il corpo degli attori. Oriana quasi non bada al suo corpo proteggendolo così dalle pulsioni. Pulsioni che saranno poi incanalate nella lotta armata dove il corpo altro non  è che un strumento da tenere in buona forma e allentato per le azioni da compiere (stranamente è così anche per gli attori e i danzatori). Un corpo da proteggere e dimenticare in cella, così come dimenticare il fuori, il proprio passato, il futuro per non impazzire. Un corpo libero, forte, felice solo nel sogno.

Corpo  timido quello di Dario tutto trattenuto nello sforzo di frenare l’amore per Oriana. Il desiderio imbrigliato, nella paura di perderla, di un abbraccio, lo sfiorarle i capelli, cullarla come una bambina.

Corpo dilaniato dalla bomba della stazione e, in un sobbalzo, ho pensato a Sergio Seci al suo sax, alla sua laurea 110conlode in musicologia al Dams che quel 2 agosto voleva prendere il treno per tornare a casa in Abruzzo. Quel treno non lo ha mai preso.

“…e noi siamo diventati polvere mischiata a pezzi di intonaco e ferro. Finiti in un soffio che chissà dove è andato in quella maledetta stazione”. 

Renata Giannini

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