19 ottobre

Pitbull_combattimento_TpOggiSono le dodici e mezza, sono in seconda, faccio appena in tempo ad accordare cinque minuti di pausa che scatta la mossa automatica. Praticamente tutti afferrano il cellulare. Faccio notare il livello di dipendenza patologica, ma siccome rimango ovviamente inascoltata mi rassegno a questi cinque minuti di spippolamento compulsivo.
V. – un ragazzino minuto che sembra più piccolo della sua età – si avvicina alla cattedra. Da qualche parte qualcuno fa una battutaccia ad alta voce a proposito dei cani randagi, che andrebbero uccisi. Non commento, ma V. prende a raccontarmi del suo pitbull, mi dice che il cane gli addentava l’avambraccio senza morderlo e lui lo sollevava e lo faceva penzolare. Io guardo scettica i suoi quaranta chili scarsi e sorrido. Fa il grosso, ma proprio non ha la stazza del grosso.
Si siede e mi dice che questo pitbull adesso è morto, pare fosse un cane da combattimento e lui lo allenava.
“Tu?” Chiedo incredula.
“Sì, per le gare”
“Ma le gare tra cani sono illegali”
“Qui, ma in Bulgaria no. È legale, anzi, ci vanno pure i poliziotti. Mio zio lì ha un allevamento di cani, si possono vincere fino a 5000 euro in un combattimento.”
“Ma a te piace guardare due cani che si ammazzano?”
Fa spallucce, si vede che non vuole ammetterlo apertamente ma sì, gli piace. Mi racconta di cani eroici, insanguinati e con arti strappati che dopo aver vinto un combattimento vengono rimessi in pista a combattere ancora. Sento l’adrenalina mentre parla gesticolando.
“Ma è terribile”
“Sì, ma lo fanno”
“Torni spesso in Bulgaria?”
“Sì, ogni estate, i miei sono separati, per le vacanze vado da mio padre.”
Mi racconta poi che gli piace andare in motorino, ma non ha il patentino e in Bulgaria nella sua città i poliziotti lo hanno beccato, ma lì – dice – basta pagare.
“La multa?” Azzardo io ottimista.
“Ma quale multa prof! I poliziotti! Mio padre gli dà 50, 100 euro e loro mi lasciano andare.”
Andiamo bene!
Intanto i cinque minuti sono passati e io mi sono fatta una cultura sul combattimento tra cani.
Chiedo di mettere via i cellulari, dedichiamo gli ultimi venti minuti alla lettura del romanzo su Oscar. Protestano un po’, soprattutto A., penultima fila, aria da finto bullo ma buono come il pane.
Comincio a leggere.
Tanto lo so che sarà proprio lui, A. Succede quasi sempre, mi segue con lo sguardo, la bocca semiaperta e lo sguardo lucido. D’altronde ormai è chiaro che Oscar morirà. Nel gioco dei dodici giorni è invecchiato.
Quando suona la campanella c’è un silenzio imbarazzato. In fondo molti di loro sono maschi duri.

Qualche giorno dopo, nell’introdurre un modulo sul loro libro dedicato a scritti sulla mafia, chiedo cosa ne sappiano.
Proprio V. risponde subito : sono dei furbi, dei grandi. Chiedo spiegazioni, ma ovviamente non sa bene cosa rispondere, è confuso. Eccetto, dice, che a lui l’idea piace perché lui da grande vorrebbe fare il criminale. Proprio così mi dice.
“Io vorrei fare il criminale.”
V. da qualche giorno si è tagliato i capelli: un taglio rasato con una striscia più lunga nel mezzo. Sulla nuca il rasoio gli ha disegnato uno strano, indecifrabile segno.
Tra l’altro, a lui così piccolo, quel taglio sta proprio male (oltre ad essere oggettivamente un brutto modo di ridursi la testa) ma questo non posso dirglielo.
Dovrò farglielo capire in un altro modo. Così come smontargli la sua visione mitica dei criminali.

16 ottobre

adolescenti-al-computer-300x358In tanti anni di insegnamento in istituti professionali ho sempre avuto difficoltà a far digerire le poesie degli stilnovisti e affini, è quanto di più lontano dalla sensibilità della maggior parte dei ragazzi che frequentano quella scuola. Ma mi ostino, così ogni volta mi tocca inventare espedienti, buttare sassi e far loro compiere un percorso a ritroso tipo Pollicino.
Qualche giorno fa, ad esempio, per introdurli alla lettura di “Tanto gentile e tanto onesta pare” (io comincio sempre a lavorare su periodi e correnti letterarie partendo dal lavoro sul  testo) ho chiesto quale fosse il loro ideale di donna. Ho scritto al centro della lavagna la parola “donna”  e li ho invitati a scrivere le doti che vorrebbero avesse. La parola più ricorrente è stata “amica”. Poi affidabile, comprensiva, spiritosa, ma qualcuno anche stronza e arrogante. Solo pochi hanno messo fedele e uno solo onesta. Naturalmente questa mi ha dato il la per agganciarmi alla donna del sonetto dantesco e al concetto di amore ideale, spesso astruso per loro.
Oggi avrei dovuto proseguire con la seconda lezione e apro il libro alla pagina dove si trova Guinizelli e “Io voglio del ver la mia donna laudare, ed asembrarli la rosa e lo giglio”. Ma si è verificata una strana coincidenza che provo a riassumere, nonostante contenga qualche elemento scabroso che forse necessiterebbe di qualche approfondimento.
Mentre dopo l’intervallo prendono posto, sento parlare qua e là di “quella”: ma è sempre quella, mi fai vedere quella, io quella la prenderei a schiaffi e così via.
Richiamo all’ordine per iniziare la lezione, ma loro continuano a parlottare quando parte la parola “troia”. La rosa e il giglio impallidiscono e io intimo “adesso basta”. Al primo banco oggi c’è Francesco, uno che parla sempre più del dovuto e ride su tutto, ha foga di spiegarmi perché sono così agitati e vuole il mio parere su una faccenda. Lo ascolto.
Non l’avessi mai fatto. È stato come un rompere un argine e lasciare che arrivasse la piena a sommergerci. Intanto “quella” è una che si è fatta un selfie con un insegnante che pare abbia già delle denunce però intanto lei con “quello” ci è andata in una non ben identificata casa. Poi, sempre “quella” ha comunque una pessima reputazione.
Da qui al resto il passo è breve. Mi raccontano di quattordicenni, quindicenni, sedicenni che postano foto nei gruppi su whatsapp esibendosi seminude, nude e in pose maliziose. Di fidanzatini arrabbiati, mollati o traditi che per vendicarsi rendono pubbliche foto private.
Cerco di arginare la piena, arraffo cose come la privacy, i reati che proteggono la persona. Per loro non esiste, d’altro canto se hai tutta questa foga di darti in pasto mica dopo puoi appellarti alla privacy, il rischio del gioco lo conosci in partenza. Queste adolescenti secondo loro postano  per loro libera volontà, ergo tutti sono autorizzati a condividere.
Cerco di sproloquiare a proposito di effetti dannosi e usi impropri dei social network, ma intanto a riprova della mia perplessità mi vengono esibite le prove, ovvero sempre Francesco mi mette sotto il naso un cellulare con una collezione di tette, che pare sia la gara più ambita. Qualcuna mostra anche delle scritte. Mi dice “secondo lei cos’è una che mette una foto come questa con questa scritta?”. Mi astengo dal riportare la suddetta scritta.
Stop. Fermi tutti. Qui non stiamo parlando di adulti che sono libero di fare o meno cose del genere. Qui parliamo di adolescenti giovani e giovanissime. Non posso non ammettere che alcune foto sono raccapriccianti.
Ma i genitori? Chiedo. Mi sembra incredibile che con foto che circolano così diffusamente i genitori non sappiano niente.
Qualcuno dice “certe mamme sono peggio delle figlie, basta vedere le foto su fb”.
Andiamo bene!  Io oggi dovevo parlare di “null’ om pò mal pensar fin che la vede” e guarda in che ginepraio mi sono cacciata. Anziché fare lezione io a loro la stanno facendo loro a me. Motivo per cui mi convinco che DEVO assolutamente spiegarglielo Guinizelli, che ne hanno bisogno, anche se faranno i meccanici chissenefrega.

Allora fine dell’ora ero frustrata. Non sono una bacchettona, so che queste cose esistono. Ma un conto è saperle, un conto è vederle, spiattellate con tanta violenza di immagini come se fossero lì a dirmi “continuate a fare finta di niente, voi e i vostri poeti”. Confesso: mi sono sentita impotente.
Quale deserto sahariano devono avere intorno queste adolescenti che svendono ciò che hanno di più sacro (il corpo, l’età, se stessi, la propria sessualità) solo per un gusto così brutale di esibirsi?
Quanta ipocrisia c’è nel non vedere queste cose e continuare a parlare di FAMIGLIA come il simulacro senza il quale tutto crolla. Qui ci sono già le macerie.
Tutti hanno alle spalle una FAMIGLIA, magari proprio una di quelle tradizionali di cui tanto si parla e che tutti difendono con un padre, una madre, dei fratelli, delle sorelle. Ma cosa accade quando ciascuno si rinchiude nella propria stanza con la propria tv, il proprio pc, il proprio smartphone (che è un must, obbligo averlo, mentre a noi insegnanti ci asfissiamo con il tetto di spesa sui libri!)
Qual è il vuoto,  il grado di abbandono a se stessi, l’incapacità di vivere il conflitto in modo sano (tutti siamo cresciuti per conflitti) in nome di un quieto vivere che non parla e non si guarda in faccia e tutti alla ricerca del dio benessere, l’unico che sovrintende tutto?
Mi fermo, perché sarebbe facile oggi lasciarsi prendere la mano dalla retorica e dal moralismo.
Di fronte a tutte quelle tette che hanno invaso l’aula, io come glielo spiego che medesmo Amor per lei rafina meglio? Vorrei chiamare la Mastrocola a farlo.
Esco arrabbiata, con tutti. Con noi che facciamo finta, che non affrontiamo queste che secondo me sono emergenze.

Vorrei solo avere davanti uno di questi genitori (che magari fa parte di quella schiera che ogni tanto si presenta a scuola per difendere i presunti diritti del suo pargolo)
Oggi potrei pestarlo a sangue.

21 settembre

bambola-chuckyCi sono in giro diversi scrittori che raccontano la scuola. Un libro che sto leggendo è Un’altra scuola, di Giovanni Accardo. Il diario di un anno scolastico che ha il grande pregio di mostrare la vita scolastica com’è veramente, in particolare per un insegnante che svolge con passione la sua professione. Andrebbe letto, per conoscere meglio cosa accade tra le aule scolastiche, visto che spesso si parla di scuola, ma nessuno ha cognizione di quanto la vita scolastica si sia, spesso inutilmente, complicata.
Poi ci sono i libri “furbi”, e questi sono quelli degli scrittori più famosi, quelli che si sentono autorizzati dalla propria fama a “vendere” profili di insegnanti e di allievi simili a macchiette, offrendo il proprio punto di vista, ma nessuna oggettività. In sostanza, libri inutili.
Io non ho concepito questa sorta di diario (non so nemmeno se scriverò con costanza) finalizzato a qualcosa, semplicemente perché per me questo è un anno molto particolare, visto che torno in Calabria dopo trenta anni e quest’anno ho fatto il tragitto al contrario.
Quando parlo degli studenti della scuola in cui insegno adesso, non mi riferisco a loro in quanto “calabresi”, perché in realtà non sono molto diversi da quelli che ho conosciuto finora. La povertà culturale è piuttosto diffusa. Certo, influenzata e più o meno accentuata dagli stimoli che si hanno intorno. Quindi, non c’è ombra di pregiudizio né alcuna volontà di confronto.
Fatta questa doverosa premessa, oggi sono affranta, provata anzi. Sì, provata è il termine giusto.
Ho lezione in quarta, prima di entrare la custode (bidella, personale ATA, come bisogna chiamarla? ero abituata a usare i nomi, qui ancora non li ho imparati) mi insegue per farmi firmare una circolare. La dirigente informa che i docenti devono prendere visione sul sito della scuola dell’atto di indirizzo, in previsione dell’approvazione del POF triennale nel prossimo collegio. Va bene, firmo, lo leggerò. Forse.
Oggi lezione di storia, la maggior parte dei ragazzi ancora non ha il libro, così per tener viva l’attenzione darò degli appunti cercando di sviluppare un ragionamento sull’Illuminismo. Appena introduco il tema della lezione Saverio dall’ultima fila, a malapena lo vedo, subito dice: “Ma perché dobbiamo studiare queste cose? Ci interessa la storia recente non quella passata.
Io cerco di spiegare che un amico è fidato nella misura in cui ci conosce veramente e per conoscerci deve anche sapere tutto del nostro passato, altrimenti è una conoscenza superficiale. Ad ogni modo chiedo (ma già conosco la risposta) quale sarebbe la storia recente che interessa (sono convinta che all’inizio i ragazzi vadano ascoltati e motivati).
“La seconda guerra mondiale”
“Hitler” fa eco qualcun altro
“Mussolini” rincara la dose Lorenzo.
D’accordo, rispondo, infatti sarà il programma del prossimo anno. Ma senza questo si fa male.
“Tanto io so tutto quello che c’è da sapere”. Dice una voce piccola. Appartiene a Michele, un ragazzo mingherlino con il pizzetto, che di solito non parla molto. Io prendo la palla al balzo.
“Di cosa sai già tutto?”
“Della seconda guerra mondiale”
“Va bene,  allora vieni qui per favore.”
Michele fa un po’ di storie, ma poi arriva alla cattedra e si siede accanto a me.
“Spiega ai tuoi compagni dunque.”
A questo punto provo a ricostruire il dialogo che ne è seguito tra me e Michele, perché sono stati cinque minuti in cui ho perso la bussola e ho navigato in acque tempestose.
Michele: “ La guerra l’ha fatta prima Hitler, perché voleva ammazzare tutti gli ebrei, ma gli altri stati non volevano così hanno fatto la guerra a Hitler”
Io: “Altri stati quali?”
Michele: “Tutti, anche l’Italia. Ma secondo me Hitler faceva bene.”
Ecco perché.  Penso. Ma avevo capito l’interesse per questo periodo storico.
Io: “Ti risulta che Hitler e Mussolini fossero alleati?”
Michele: “ Va beh, è uguale”
Io : “Non proprio. E perché faceva bene?”
Michele: (incerto) “Ma perché prendeva tutti i marocchini e li portava nei campi di concentramento, faceva bene!”
Io: (mi impongo calma ma vorrei prenderlo per il collo) “Ma tu sai chi sono gli ebrei?”
Michele: “I marocchini, tutti quelli dell’Africa. Ci vorrebbe anche adesso”.
Io: “Gli ebrei vengono dall’Africa? Ma hai idea della cazzata madornale che hai detto? – mi rivolgo alla classe – c’è qualcuno che ha idea di cosa sta dicendo Michele.
Lorenzo: “Va bene professorè, forse sta sbagliando ma ha detto la verità!”
Io: “Ecco perché dovreste studiare la storia, perché voi pensate di avere una  catena e ci mettete anelli a caso, ma con questa catena vi ci impiccate. La storia è fatta di cause e conseguenze, se manca un anello il risultato è questo. Ma qualcuno ricorda quello che avete studiato in prima sugli ebrei? Cosa hanno fatto, da dove vengono…..
Silenzio…. Ovvio, nessuno ricorda mai niente. E’ sempre così. Noi ci illudiamo di costruire ma in realtà costruiamo castelli di sabbia. Ricorderanno al massimo il punteggio su Clash of clans che hanno fatto oggi sfidandosi sul telefonino.
Cerco di spiegarglielo in due parole. Poi mi rivolgo a Michele. Sono visibilmente alterata.
Io: “Non ce l’ho con te, ma con la vostra presunzione, credete di conoscere e non conoscete niente. pretendete di avere opinioni, ma la storia non è fatta di opinioni, se mai serve a farsele le opinioni. Ma per farsele bisogna prima fare lo sforzo di capire. Voi pretendete di arrivare in fondo senza sforzo e in realtà scambiate i pregiudizi per opinioni. Ma i pregiudizi sono l’anticamera del disastro, i compagni di banco dell’ignoranza.”
Qualcuno cerca di sdrammatizzare.
“O professorè, ma voi appresso a Michele andate.” Dice il buontempone di turno.
“Mi sembrava che ad assentire foste in diversi. Michele ha avuto il merito di dire quello che aveva in testa per lo meno.”
Chiuso l’incidente. Voglio far lezione sull’Illuminismo.
“Qui si fa quello che dico io.”
Michele torna al suo posto, riprendo il filo della lezione dove l’ho lasciato prima di questa penosa parentesi.

Torno a casa stanca dopo cinque ore. Soprattutto all’inizio è faticoso, in mezzo a ragazzi che ancora hanno le magliette leggere e la testa alle vacanze appena finite. Devi parlare parlare parlare.
Dopo pranzo mi ricordo – eureka me ne ricordo, si vede che il mio inconscio è all’erta, di solito queste cose le rimuovo – la circolare della dirigente.
Prima che mi passi di mente vado su internet e la cerco. È lunga, do un’occhiata. Capisco. Stanno per prendermi le convulsioni. Credo che una circolare simile stia cercando in tutte le scuole del regno, si vede che è frutto di copia e incolla.
Ricopio testualmente un pezzo:

Il coinvolgimento e la fattiva collaborazione delle risorse umane di cui dispone l’istituto, l’identificazione e l’attaccamento all’istituzione, la motivazione, il clima relazionale ed il benessere organizzativo, la consapevolezza delle scelte operate e delle motivazioni di fondo, la partecipazione attiva e costante, la trasparenza, l’assunzione di un modello operativo vocato al miglioramento continuo di tutti i processi di cui si compone l’attività della scuola non possono darsi solo per effetto delle azioni poste in essere dalla dirigenza, ma chiamano in causa tutti e ciascuno, quali espressione della vera professionalità che va oltre l’esecuzione di compiti ordinari, ancorché fondamentali, e sa fare la differenza; essi sono elementi indispensabili all’implementazione di un Piano che superi la dimensione del mero adempimento burocratico e ne faccia reale strumento di lavoro, in grado di canalizzare l’uso e la valorizzazione delle risorse umane e strutturali, di dare un senso ed una direzione chiara all’attività dei singoli e dell’istituzione nel suo complesso.
Migliorare l’azione amministrativa e didattica nell’ottica dello sviluppo delle nuove tecnologie e della de materializzazione.  Migliorare la comunicazione fra tutti gli attori. Procedere alle azioni di dematerializzazione attraverso interventi sul sito. Migliorare i rapporti scuola famiglia. Semplificare le modalità di accesso da parte degli studenti alle attività extracurriculari. Stabilire criteri di accesso alle iniziative sempre più trasparenti e oggettivi. Monitorare e analizzare i dati relativi ad ogni iniziativa. Assumere iniziative volte al pieno successo scolastico agendo contro reiezione e dispersione scolastica attivando azioni efficaci di accoglienza degli alunni.

Continua così per sei pagine che non riesco a leggere, oggi proprio no, e conclude con:
Il presente atto costituisce, per norma atto tipico della gestione dell’istituzione scolastica in regime di autonomia ed è acquisito agli atti della scuola; pubblicato sul sito web della scuola; reso noto ai competenti organi collegiali.

Ci sarà il notaio al collegio?

Mi prende una rabbia e una tristezza infinita e penso a quella parola, che nel contesto in cui si trova non ho capito cosa significhi “dematerializzazione”.

Per me adesso significa una cosa sola: scomparsa della materia.

Cerebrale.

Diario scolastico

18 settembre

Siamo seduti in cortile, all’ombra. Un ragazzo ha preso una sedia per me, loro si sono sistemati alla meglio, chi sui gradini di una scala, chi seduto sul ciglio del marciapiede, chi è rimasto in piedi e mi gironzola intorno. Mi sforzo di dare una forma tale da consentire una comunicazione tra me e loro, ma ci rinuncio. È la terza lezione in questa classe, una quarta articolata, meccanici ed elettrotecnici. Già ieri si sono rifiutati di entrare nella loro aula: sono ventidue, l’aula è piccola per accoglierli tutti decentemente, sono stati aggiunti dei banchi e là dentro si soffocava. In effetti con questo caldo là dentro c’erano almeno quaranta gradi. Io ho provato a dir loro una cosa tipo ma sapete i sacrifici che facevano una volta per andare a scuola? Qualcuno mi ha risposto che una volta pure c’era il re. Ineccepibile. E comunque avevano ragione. Era impossibile stare in classe. Così ieri siamo rimasti in corridoio ma la mia intenzione di cominciare a parlare del programma di quest’anno, di introdurre Galileo, di approfondire il concetto di rivoluzione, è stata vanificata dalle finestre aperte, dalla disposizione disordinata, dai continui “fa troppo caldo professorè”.  Cercano di depistarmi facendo domande, sono curiosi di sapere chi sono, da dove vengo, se pure il primo giorno mi sono presentata dicendo loro quello che era necessario sapessero. Non hanno voglia di concetti astratti.

E così oggi siamo in cortile. Cerco di sondare quello che ricordano del programma dell’anno scorso. Qualcuno nomina Dante, chiedo cosa hanno fatto, le risposte sono generiche, un po’ desolanti, qualche vago riferimento, nessun concetto, sono caotici. Si sa, va così, tutto scivola e niente sedimenta. Non mi scandalizza né mi sorprende.

Provo a chiedere cosa pensano della poesia. Saverio, che ho già capito è un chiacchierone che interviene continuamente, mi dice che in questa scuola dovrebbe esserci più pratica e meno teoria. Capisco che per lui valga l’equazione poesia=teoria=inutile.

Marco, simpatico e sveglio, un metro e ottanta di esuberanza, sempre con la battuta pronta (quello che interviene sempre a sproposito e provoca risate che distraggono e portano fuori strada) dice che lui alla prof di italiano ci tiene più che agli altri, che lo scorso anno una volta le ha risposto male e il giorno dopo si è presentato con un mazzo di fiori “glielo potete pure chiedere se non mi credete”.

D’accordo, ti credo, ma cosa c’entra, la mia domanda era diversa. E qui, naturalmente, arriva il solito luogo comune “’.. ‘o professorè, ma i poeti sono tutti depressi, gli scrittori sono tristi non sanno che fare e scrivono..” . Vociare di approvazione.

Rispondo che è un luogo comune tra i ragazzi e per essere sicura chiedo se sappiano cos’è un luogo comune. No, non lo sanno, così cerco di spiegare cos’è, i sinonimi, il pregiudizio. Dopodiché attacco il pistolotto sul fatto che non importa che sia una scuola tecnica, loro prenderanno comunque un diploma ed è giusto innanzi tutto per loro che la formazione sia più completa possibile, che la scuola non insegna a diventare operai o impiegati, ma prima di tutto individui e cittadini. E per quanto riguarda la poesia…..

Saverio mi interrompe “io vengo a scuola perché qua non c’è fatiga, se no non stavo qua..”

Siamo d’accordo, ma qui ci stai, la scuola la frequenti, e prima di essere un dovere è un diritto. Cerco di attaccare l’altra filippica per farli riflettere sul fatto che usufruiscono di un diritto importante, dico che si pagano le tasse apposta perché ci vengano garantiti questi diritti, come ad esempio  l’ospedale, anche la sanità pubblica…. Ecco…. Mi sono tirata la zappa sui piedi. Si apre un diluvio. A raffica, uno dopo l’altro, hanno tutti un episodio da raccontare, tutti per dirmi quanto la sanità non funzioni, che qui a Lamezia l’ospedale lo stanno chiudendo. C’è quello che per salvarsi il braccio ha dovuto pagare una struttura privata e se avete bisogno i tempi sono lunghi e dovete pagare. E Giovanni, che non ricorda niente del suo incidente di qualche anno prima nel quale il suo amico ha perso la vita, arrivato in ospedale i medici lo danno per spacciato e dicono che non c’è niente da fare. I genitori non si arrendono e lo portano a Catanzaro. È stata lunga, ma lo hanno salvato. Adesso capisco cos’è quella lunga linea  bianca sulla testa tra i capelli radi.

Professorè, qui le tasse le paghiamo, pure per venire a scuola…. ma …..

Suona la campanella, nello stesso secondo con la mente sono già fuori da qui, il cancello è a un passo, se ne vanno, qualcuno mi saluta.

Io mi avvio verso l’edificio, devo lasciare il foglio che funziona da registro provvisorio. Mi devo abituare al voi, a questo linguaggio colorito e penso a questa totale sfiducia, è su questa che bisognerà lavorare.

Come, ancora non lo so.

Dalla torta al minestrone (ovvero c’era una volta la Scuola)

MeritocracyC’era una volta la Scuola.
La Scuola era uno spazio dove docenti e discenti – nel bene e nel male – trascorrevano una considerevole fetta di tempo con una finalità ben precisa: formare individui. In quella formazione ciascun docente metteva il proprio ingrediente: chi la farina, chi le uova, chi lo zucchero, chi gli aromi. E infine, tutti, ciascuno con un granello, aggiungevano il lievito, che è poi l’ingrediente basilare per far crescere e lievitare la torta. Se mancava anche uno solo di quei granelli la buona riuscita di quella torta era irrimediabilmente compromessa (infatti non tutti aggiungevano quel granello e in giro c’erano un sacco di torte sfatte e venute male).
In quella Scuola l’azione dei docenti era concentrata su un certo numero di torte per ogni classe, per ogni anno. La torta era il principale obiettivo della loro azione.
Quella Scuola aveva difetti, storture, malfunzionamenti. Nel dire c’era una volta la Scuola, non voglio dire che ho nostalgia di quella scuola, né che il passato sia meglio del presente. Pure però, se dico che la scuola mi piace sempre meno non voglio essere marchiata come passatista, o nostalgica o peggio ancora reazionaria.
Dal momento che al concetto di evoluzione leghiamo sempre quello di miglioramento, bisognerà pur chiedersi se questa evoluzione è in atto, cosa è successo e cosa succederà.
Molti dicono, ed è vero, che il mondo è cambiato e quella Scuola così come la conoscevamo non può più esistere. Oggi il mondo va veloce, comunica in tempo reale, non esiste la novità perché il nuovo diventa vecchio un secondo dopo aver fatto capolino. Quindi il vecchio fa male e il nuovo (incessante e in moto perpetuo) fa bene. Niente deve sedimentare, tutto scorre, come immagini su un monitor nel quale teniamo premuto il tasto “avanti”.
Avanti, portiamoci avanti, sempre avanti, non importa dove, non chiedetevi come, e soprattutto perché. Avanti è dove bisogna andare.
Il mondo oggi parla inglese, parla inglese l’economia, parla inglese la politica. È giusto, io stessa sono laureata in Lettere e parlo inglese. Sacrosanto. Ma allora perché non solo non parliamo inglese (portate i ragazzi all’estero, e vedrete come se la cavano) ma stiamo dimenticando anche l’italiano? Cos’è che non funziona?
C’era una volta la Scuola, un luogo che apparteneva a studenti e insegnanti e dove quest’ultimi avevano un ruolo (vi siete chiesti perché si dice “passare di ruolo” quando si firma il contratto a tempo indeterminato?). In quel luogo, ad esempio, la famiglia entrava in punta di piedi, quasi timorosa di invadere uno spazio non suo. Certo non erano rose e fiori, ma i genitori volentieri lasciavano casa, faccende, lavoro, ufficio per recarsi a colloquio con il professore ed entrambi in quel colloquio ci mettevano la faccia. Oggi scriviamo montagne di carte, firmiamo patti di corresponsabilità, firmiamo e chiediamo “deleghe”, diamo la possibilità di accedere a qualsiasi informazioni con una semplice composizione alfanumerica chiamata password. È indubbiamente meraviglioso. Ma se ad esempio il voto di mio figlio non mi va giù, io posso agire in nome della trasparenza alla quale ogni docente è obbligato. Chiedere spiegazioni, arrabbiarmi e mandarlo a quel paese.
“Trasparenti”.
In effetti siamo diventati trasparenti, anche quando ci facciamo sentire a migliaia. Trasparenti siamo di fronte a un ragazzo che dice che suo padre guadagna più di te senza un titolo di studio, oppure ti chiede perché hai studiato “tanto per due lire che ti danno, non poteva fare l’avvocato, o il medico?”. I soldi danno visibilità e prestigio nel mondo in cui li educhiamo.
C’era una volta la Scuola, e non parlo della scuola com’era, nessuna nostalgia per quella scuola. Solo che almeno c’era e ora non c’è più.
Ora ci sono le scuole, tante, diverse, simili e opposte, un groviglio di scuole con tanti indirizzi, ciascuna con la propria merce da offrire. Come puttane su un viale (con tutto il rispetto per le puttane), che fanno a gara a chi più e meglio espone i propri attributi, a chi più e meglio sa essere ammiccante e attirare il maggior numero di clienti.
Ora non importa che il docente sia amante del proprio ingrediente e del proprio granello di lievito, perché se fai una torta alta, profumata, ben riuscita, bella a vedersi e buona a mangiarsi, non gliene frega niente a nessuno. Così come non gliene frega niente a nessuno se tu ami così tanto quell’ingrediente da volerlo trasmettere.
Ora devi saper fare il minestrone, più roba ci metti, più viene meglio e al posto del lievito ci metti il dado, quello fatto con gli scarti, che così viene più saporito.
Ora il docente deve essere MULTITASKING ovvero deve comprarsi (perché a scuola non è che te li diano, a scuola mettono la carne sul fuoco ma di norma ti danno solo il fiammifero) un bel pantalone extralarge con MOLTE tasche e in quelle ci deve stare tutto: conoscenze, competenze digitali e informatiche, marketing e vendita, elementi di clowneria (se no i ragazzi si annoiano) elementi di medicina e pronto soccorso perché siete funzionari pubblici, palette e formulario multe per chi non rispetta i divieti perché siete pubblici ufficiali, capacità di trattare la dislessia, l’aritmia, la diascalculia e i calcoli al fegato (ma qualcuno si chiede a chi conviene la medicalizzazione della scuola?) i bisogni educativi “speciali” (ma sì, diamo un bollino ai poveri, agli orfani, ai figli di disoccupati, sono diversi!) E poi capacità di progettare, di programmare, di scrivere il curriculum in formato europeo, di riempire programmazioni e relazioni estenuanti in un linguaggio comprensibile solo ai funzionari di fascia alta, omologato in formule, copiato e incollato. Inoltre deve trasformare le conoscenze in competenze, il sapere in saper fare perché – diciamolo- del sapere vostro e dei vostri alunni, rassegnatevi una volta per tutte, NON GLIENE FREGA NIENTE A NESSUNO.
Insomma, più sono quelle tasche, più sono le probabilità che veniate notati, scelti dallo STAFF (e se fate i bravi vi danno anche la maglietta) dirigenziale. Oltre ai papa boys, ci sono i dirigenti boys, anzi il team, per par condicio.
Nelle scuola non ci sono più i presidi, ovvero quei funzionari pubblici al servizio della loro comunità scolastica che sovrintendevano al buon funzionamento della scuola. Ci sono i manager dirigenti, e più sanno come accoppiare risparmio e crescita del numero degli allievi più si premiano con soldi e reggenze (ma si sa che la nostra cultura proprio anglosassone non è, pensate ai premi che diamo ai manager raccomandati e incapaci nelle aziende italiane ai vertici dell’economia, quelli che le aziende le hanno distrutte).
Da ultimo, sulla massa dei docenti trasparenti si ergerà un numero di docenti di serie A che sarà premiato, sì, premiato come nei quiz alla TV, perché insomma la vita è tutta un quiz, quindi ben vengano gli Invalsi e i comitati di valutazione. In un luogo che dovrebbe promuovere la collaborazione come valore, ecco che fa il suo ingresso la svolta del futuro, signori e signori, ecco a voi: LA MERITOCRAZIA. Certo, ben venga, mica siamo tutti uguali, c’è chi lavora sul serio e chi no, quindi è bene che si sappia chi sta da una parte e chi dall’altra. Ma chi ce lo dirà? Con quali criteri?
Ma come chi? Ma lui, il COMITATO: il dirigente/manager, un genitore, un allievo, due insegnanti.
Il minestrone è dunque servito, condito da quella competizione che nei corridoi serpeggerà come un cobra, sputerà il suo veleno, ucciderà il buon senso.
C’era una volta la scuola e ora non c’è più.
Benvenuti nelle scuole del futuro, e se la vecchia Scuola non ci piaceva, la scuola del futuro spero non sia questa. Siamo alle scuole del mercato, dove tutto si compra e si vende al miglior offerente. Anche le promozioni.

Che i discenti sono pur sempre clienti e, come si sa, il cliente ha sempre ragione.

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