Diario scolastico

18 settembre

Siamo seduti in cortile, all’ombra. Un ragazzo ha preso una sedia per me, loro si sono sistemati alla meglio, chi sui gradini di una scala, chi seduto sul ciglio del marciapiede, chi è rimasto in piedi e mi gironzola intorno. Mi sforzo di dare una forma tale da consentire una comunicazione tra me e loro, ma ci rinuncio. È la terza lezione in questa classe, una quarta articolata, meccanici ed elettrotecnici. Già ieri si sono rifiutati di entrare nella loro aula: sono ventidue, l’aula è piccola per accoglierli tutti decentemente, sono stati aggiunti dei banchi e là dentro si soffocava. In effetti con questo caldo là dentro c’erano almeno quaranta gradi. Io ho provato a dir loro una cosa tipo ma sapete i sacrifici che facevano una volta per andare a scuola? Qualcuno mi ha risposto che una volta pure c’era il re. Ineccepibile. E comunque avevano ragione. Era impossibile stare in classe. Così ieri siamo rimasti in corridoio ma la mia intenzione di cominciare a parlare del programma di quest’anno, di introdurre Galileo, di approfondire il concetto di rivoluzione, è stata vanificata dalle finestre aperte, dalla disposizione disordinata, dai continui “fa troppo caldo professorè”.  Cercano di depistarmi facendo domande, sono curiosi di sapere chi sono, da dove vengo, se pure il primo giorno mi sono presentata dicendo loro quello che era necessario sapessero. Non hanno voglia di concetti astratti.

E così oggi siamo in cortile. Cerco di sondare quello che ricordano del programma dell’anno scorso. Qualcuno nomina Dante, chiedo cosa hanno fatto, le risposte sono generiche, un po’ desolanti, qualche vago riferimento, nessun concetto, sono caotici. Si sa, va così, tutto scivola e niente sedimenta. Non mi scandalizza né mi sorprende.

Provo a chiedere cosa pensano della poesia. Saverio, che ho già capito è un chiacchierone che interviene continuamente, mi dice che in questa scuola dovrebbe esserci più pratica e meno teoria. Capisco che per lui valga l’equazione poesia=teoria=inutile.

Marco, simpatico e sveglio, un metro e ottanta di esuberanza, sempre con la battuta pronta (quello che interviene sempre a sproposito e provoca risate che distraggono e portano fuori strada) dice che lui alla prof di italiano ci tiene più che agli altri, che lo scorso anno una volta le ha risposto male e il giorno dopo si è presentato con un mazzo di fiori “glielo potete pure chiedere se non mi credete”.

D’accordo, ti credo, ma cosa c’entra, la mia domanda era diversa. E qui, naturalmente, arriva il solito luogo comune “’.. ‘o professorè, ma i poeti sono tutti depressi, gli scrittori sono tristi non sanno che fare e scrivono..” . Vociare di approvazione.

Rispondo che è un luogo comune tra i ragazzi e per essere sicura chiedo se sappiano cos’è un luogo comune. No, non lo sanno, così cerco di spiegare cos’è, i sinonimi, il pregiudizio. Dopodiché attacco il pistolotto sul fatto che non importa che sia una scuola tecnica, loro prenderanno comunque un diploma ed è giusto innanzi tutto per loro che la formazione sia più completa possibile, che la scuola non insegna a diventare operai o impiegati, ma prima di tutto individui e cittadini. E per quanto riguarda la poesia…..

Saverio mi interrompe “io vengo a scuola perché qua non c’è fatiga, se no non stavo qua..”

Siamo d’accordo, ma qui ci stai, la scuola la frequenti, e prima di essere un dovere è un diritto. Cerco di attaccare l’altra filippica per farli riflettere sul fatto che usufruiscono di un diritto importante, dico che si pagano le tasse apposta perché ci vengano garantiti questi diritti, come ad esempio  l’ospedale, anche la sanità pubblica…. Ecco…. Mi sono tirata la zappa sui piedi. Si apre un diluvio. A raffica, uno dopo l’altro, hanno tutti un episodio da raccontare, tutti per dirmi quanto la sanità non funzioni, che qui a Lamezia l’ospedale lo stanno chiudendo. C’è quello che per salvarsi il braccio ha dovuto pagare una struttura privata e se avete bisogno i tempi sono lunghi e dovete pagare. E Giovanni, che non ricorda niente del suo incidente di qualche anno prima nel quale il suo amico ha perso la vita, arrivato in ospedale i medici lo danno per spacciato e dicono che non c’è niente da fare. I genitori non si arrendono e lo portano a Catanzaro. È stata lunga, ma lo hanno salvato. Adesso capisco cos’è quella lunga linea  bianca sulla testa tra i capelli radi.

Professorè, qui le tasse le paghiamo, pure per venire a scuola…. ma …..

Suona la campanella, nello stesso secondo con la mente sono già fuori da qui, il cancello è a un passo, se ne vanno, qualcuno mi saluta.

Io mi avvio verso l’edificio, devo lasciare il foglio che funziona da registro provvisorio. Mi devo abituare al voi, a questo linguaggio colorito e penso a questa totale sfiducia, è su questa che bisognerà lavorare.

Come, ancora non lo so.

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