14 febbraio

 

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Non è sempre rose e fiori

Ieri pioveva a dirotto. Ci sono sabati in cui il suono della campanella è così liberatorio che potresti piangere. Ero stanca. La mattina mi ero svegliata con Nick Drake nella testa and The day is done continuava a girare nonostante tentassi di spegnerla.

È una settimana che mi dico “domani rimango a casa”, poi non lo faccio. Non è sempre entusiasmo e rose e fiori. Lo so che in qualsiasi professione ci sono momenti di stanchezza. Il fatto è che quando ogni giorni varchi la soglia di un’aula scolastica è come se ti buttassero in una vasca di anguille vive.

Tu volente o nolente devi cercare di acchiapparle. I ragazzi si aspettano sempre qualcosa da te. Prima di tutto energia. Ma certe volte tu sei lì come una spugna asciutta, spremuta e lasciata andare. Non hai voglia di loro, anzi vorresti urlare che sei stanca e non ne puoi delle loro stronzate, dei loro cellulari che sono un’epidemia, del loro menefreghismo. Vorresti stare seduta, ferma e zitta e fissarli immobile. E con il silenzio sfidarli. Il fatto è che non puoi.

Due giorni fa sono stata durissima con M., mi ha esasperato, avessi potuto gli avrei tirato il collo. Tu sei lì che ci provi in tutti i modi per cercare di coinvolgerlo, motivarlo, lo hai promesso anche a sua madre, che è disperata e non sa che fare. Ma cazzo, ha diciotto anni e ci ammorba pure con le sue scorregge. Non ha alcuna capacità di controllo o uno straccio di consapevolezza di non essere da solo nel suo bagno. E allora fanculo! Vai a lavorare e chissenefrega! Per quello che mi danno sono stufa di fare l’assistente sociale. Non posso sempre fare il minatore in miniera a scavare per portare alla luce il tesoro senza neanche sapere se lì c’è davvero un tesoro. Io Manzoni devo insegnare, non la voglia di stare al mondo con un minimo di decenza.

Anch’io, che credete, ho i cavoli miei, e belli pesante anche. E Nick Drake continua a cantarmi nella testa e voi nemmeno sapete chi è, con quelle musiche insulse che vi sparate nelle orecchie che basta uno sputo a metterle insieme.

Sì, avrei bisogno di uno stacco. Il fatto è che sul foglio per chiedere il permesso non ci sta la voce “necessità di ricaricare bellezza prima che li faccia fuori tutti.” O anche semplicemente: “Riposo”. (evitare termini come stress, stressata, li detesto.)

L’energia non ce l’hai e la devi trovare , ogni giorno.

Sì, quella che è passata è stata una settimana difficile, di quelle che ti mettono alla prova.

Poi accade che una domenica mattina come oggi accendi il pc e trovi un messaggio: F., un ragazzino che avevi lo scorso anno, ti scrive: “Buongiorno prof. Come sta? Io con la prof di quest’anno non vado per niente d’accordo. Per favore l’anno prossimo, può tornare da noi?”

Sei in trappola. Senza scampo.

 

26 gennaio

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Illustrazione di Luigi Guarino

Quattro ore di corso di formazione sulla sicurezza. Meno male ho dei colleghi simpatici, altrimenti sarebbe da spararsi. Argomenti oltremodo noiosi. Non ci formiamo – né confrontiamo – sulle cose importanti ed essenziali, ma dobbiamo conoscere tutti i rischi sul lavoro. Per carità, sacrosanto, se solo le scuole (almeno la gran parte) fossero luoghi messi in sicurezza, cosa che non è affatto.
Un mio collega ha fatto un bellissimo intervento a proposito di stress sul lavoro (perché nei protocolli c’è anche il rischio correlato allo stress). In sostanza ha detto che poiché non produciamo tonno in scatola per cui procedure e ricadute sono verificabili dovremmo fare attenzione a farci trattare come se sfornassimo merce, utenza, clienti. Mi sarei alzata per dargli un bacio in fronte.

Comunque registro che Kalim sta venendo a scuola. È stato vicino alla seconda sospensione a causa di uno di quegli insegnanti che qualche pagina fa ho definito grandi coleotteri (beh… a dire il vero lui ha mandato quell’insegnante a fanculo, ma per ottenere il risultato il bravo coleottero ci ha lavorato su parecchio!)
In quei giorni, consapevole d’averla fatta grossa, aveva smesso di nuovo di venire a scuola, tanto che con un amico gli ho mandato un biglietto con i toni di cazziatone epocale. Per fortuna a maggioranza abbiamo deciso che un’altra sospensione nel suo caso sarebbe stata fatale, significava buttarlo per strada. Ha avuto la sua brava ramanzina e gli abbiamo concesso un’altra possibilità. La buona notizia è appunto che a scuola sta venendo assiduamente.
Al rientro a un certo punto mi ha mostrato il biglietto che aveva ricevuto e mi ha fatto segno che lo porta con sé. Questo – mi ha detto – me lo conservo.
Se ne sta lì certe volte e lo vedo che mi scruta, nota tutto sto’ fetente. Tipo mentre parlo mi dice: ma perché si è allisciata i capelli? Sono mbalusi, era meglio prima. Mbalusi è una parola che ha imparato e schiaffa dappertutto, vuol dire che non vanno bene. Oppure: lo sa che il fumo invecchia, che se non fumasse non avrebbe quelle rughe? In pratica mi sta dicendo che devo avere più cura di me. Mi tiene d’occhio.
Qualche volta alla fine dell’ora mentre si preparano per uscire mi si accovaccia a fianco alla cattedra e mi chiede: ma me ne volete bene?
No, rispondo. Io sono pagata per insegnarti storia e italiano non per volerti bene Kalim.
Il massimo è stato la scorsa settimana quando mi ha chiesto: ma voi siete felice? Sono rimasta spiazzata.
Ma come ti viene in mente di farmi ste’ domande?
Io lo so perché mi fa queste domande.  Perché non ha la stessa intelligenza e sensibilità degli altri. Non studia niente, avrà una pagella disastrosa, ma non è come gli altri.
Caro Kalim, se sono felice o meno non è un problema. So però che spesso sono stanca, sempre più stanca. So che quello che succede fuori dalle aule mi piace ogni giorno di meno. So che è facile attaccare me e quelli come me, fin troppo facile. Non scodinzolo, non compiaccio, non mi mostro, mi piace fare quello che devo fare con passione, detesto i tecnicismi, detesto perdere tempo in inutili cazzate che ti atrofizzano il cervello, detesto farlo perché va fatto e salvo il quieto vivere, non ho alcun senso della gerarchia, capisco solo la cooperazione e la collaborazione e a quelli che dicono cose tipo “il/la dirigente vuole così” mi verrebbe voglia di dargli una sberla. Contrastivi, pare che abbiano definito così gli insegnanti non allineati. Mi sa che sono tra quelli, mio malgrado.
E  gli strumenti, caro Kalim, non sono così diretti come quelli che i professori usano nei confronti degli allievi. Sono subdoli. Sono piccole azioni, una per volta. Siccome penso e poiché penso parlo, questo non va bene, non è mai andato bene. Meglio star zitti e tirare a campare.
Lo stress sul luogo di lavoro. Mi viene da ridere caro Kalim, da ridere.
E mi sa che tu te ne sei accorto.
Lo sai Kalim? Io che sono più di venti anni che insegno con dedizione, mi dovrò difendere davanti a un giudice. Sì, perché ho subito un provvedimento del tutto ingiusto e fuori luogo. Tra le tante cose c’era scritto: “… ravvisando nella sua condotta mancanze relative alla funzione docente, ai doveri di correttezza, di collaborazione ecc ecc”
Qualcuno dice che non dovrei scriverne, non dovrei dirlo, ma non ho nulla di cui vergognarmi, anzi, il mio è paradigma della nuova aria che comincia a tirare. Io non riconosco il linguaggio copiato dalle leggi e usato da chi legge non è, io conosco il potere della parola, questa, adesso, qui.
Buona la scuola, vero Kalim?
Nessuno può permettersi di rivolgermi parole di quel tipo solo perché ha motivi altri che non conosco e non voglio conoscere. E per questo devo intraprendere a malincuore un’azione legale.
Nessuno può farlo, se non altro perché se tu sei tornato a scuola e non sei per strada a fare chissà che, è merito mio e di quelli come me.
Insegno il rispetto prima della letteratura. e se lo insegno, lo esigo. E’ una cosa semplice e naturale e non c’è niente di eroico in questo.

Professoressa, ma voi, siete felice?

A chi piace questo clima di finti e ipocriti moralizzatori forti delle campagne mediatiche in nome di cause solo e esclusivamente personali che niente hanno a che fare  con l’educazione e la scuola – proprio in quanto prima istituzione deputata all’educazione –  dico: tenetevela.
E buona fortuna.

Ps. comunque Kalim,  sì, a te sì, ti voglio bene.

25 gennaio

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Una lezione particolare

Al rientro delle vacanze natalizie c’è stata una lezione piuttosto singolare. Si sa, il primo giorno dopo le vacanze è sempre una mezza tragedia sia per i gli allievi che per gli insegnanti. Quel giorno avevo la prima ora in seconda. Io cercavo di darmi un tono per forza di cose, i ragazzi avevano l’aria sonnolenta e svogliata.

Parte così la domanda per spezzare il ghiaccio e ripartire: e insomma che avete fatto di bello durante le vacanze?
Succede che F. alza la mano prontamente esclamando io ho commesso due omicidi.
“Si va boh, neanche uno, addirittura due. E chi, di grazia?”
F. è un ragazzino piuttosto in carne, dislessico, ha problemi a scrivere e anche ad esporre e, stranamente, si lancia in un’affabulazione, che qui provo a ricostruire, che ha coperto tutta l’ora di lezione e ha coinvolto diversi suoi compagni che hanno confessato di essere avvezzi a “omicidi” del genere.
In realtà F. durante le vacanze “ha fatto il maiale” , espressione con cui si indica l’uccisione dell’animale in un giorno che per la famiglia diventa una sorta di cerimonia festaiola.
Ed ha spiegato passo passo in cosa consiste questa due giorni: si comincia al mattino presto quando l’animale viene – ahimè – appeso a un gancio a testa in giù e ucciso. Viene lasciato appeso in maniera che coli tutto il sangue (che viene raccolto in un recipiente) e nel frattempo si scalda una “quadara” d’acqua, ovvero un grande pentolone, che servirà per pulire l’animale.
Si lava con l’acqua bollente una prima volta e vengono messe a mollo le zampe perché così le unghie si leveranno più facilmente. Il sangue a questo punto vien messo da parte. Con quello ci si farà il sanguinaccio, cioè una crema spalmabile con cioccolata, uvetta e pinoli.
F. dice però che un altro modo di utilizzare il sangue consiste nel farlo bollire fino a completa condensazione per poi tagliarlo a fette. Pare sia buonissimo fritto condito con formaggio aglio e prezzemolo. Mi fido, perplessa.

Si prosegue bruciando i peli che sono rimasti sulla pelle e si passa a un secondo lavaggio che però viene effettuato con sale e limone (o sale e arancia). A questo punto il maiale è pulito  e viene diviso in due. Ogni parte viene incisa per sfilare i tendini, dopodiché si svuota l’interno.
Fino a questo punto hanno lavorato gli uomini, da questo momento in poi, invece, entrano in scena anche le donne che cominceranno con il lavare gli intestini che serviranno per il salame. Li lavano in un secchio con acqua, aceto e sale.
Poi si forma una sorta di catena di montaggio: chi macina la carne, chi incide la pelle per fare cotiche e curacchi, chi gira una macchinetta, chi è pronto per riempire il budello. E voilà si fanno le salsicce.
In un altro pentolone vengono messi a cuocere le pelli e le parti dure tipo le orecchie, con le quali si farà la gelatina. Il grasso invece viene raccolto per fare le risimoglie (e queste anch’io so che sono una prelibatezza!)
Durante i due giorni le famiglie mangiano insieme: il primo giorno a pranzo a base di patate, fagioli, giardiniera, pane e companatici vari, mentre alla sera la pasta con la carne di maiale  al sugo. Il giorno dopo polpette di carne e –  dice F. – ossa cotte da spolpare che sono – pare – buonissime.
Alla fine del secondo giorno in pratica, salsicce, salamini e prosciutti sono pronti per essere consumati o stagionati.

Devo dire che a me tutto questo racconto ha fatto un po’ effetto, ma F. si è dato da fare per raccontare con ordine tutte le procedure e non me la sono sentita di fare la parte di quella che i prosciutti li mangia ma fa la schifiltosa per il fatto che dietro c’è un animale ammazzato.

Alla fine una domanda però la faccio: cosa rispondereste a un animalista che vi dice che ammazzare un animale è malvagio come ammazzare un uomo?
Va boh… si è aperto il mondo tra i commenti di tutti.
N. ha detto che crudeltà per l’uccisione di un maiale è una parola grossa e ha raccontato che una volta crescere il maiale era una questione che riguardava tutta la famiglia. Quell’animale diventava uno di casa. All’epoca non c’era molto da mangiare, il maiale era la risorsa principale. Se per caso succedeva che morisse prima dell’uccisione per un motivo qualsiasi, si piangeva come se fosse morto uno di famiglia e poiché non conoscevano le cause della morte dovevano buttarlo. Il che voleva dire una mala annata.
Per la maggior parte comunque “fare il maiale” è una tradizione. A parte qualche voce isolata nessuno la considera una pratica crudele.

Insomma in quella lezione sono stata discente e ho imparato in concreto dai loro racconti quello che sempre si dice: del maiale non si butta via niente. Credo fosse un po’ la filosofia dei tempi della fame.
Stavolta ho ascoltato senza fare la parte del grillo parlante.
E comunque F. era fiero di sé. Bene così.

23 gennaio

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Leggendo La scuola, le api e le formiche di Walter Tocci

Ho iniziato questa settimana a leggere “La scuola, le api e le formiche”, di Walter Tocci e ho deciso di dedicare qualche pagina di questo diario a una lettura ragionata di questo libro.
L’autore è stato Vicesindaco di Roma ed è attualmente senatore del PD e, nella sua qualità di membro della Commissione Parlamentare per l’Istruzione, ha partecipato alla discussione della Buona Scuola. Quindi appartiene allo stesso partito del premier che questa legge ha voluto fortemente ed ha una conoscenza capillare della legge, pertanto costituisce una voce autorevole che non si può definire “di parte”.
Non sono io a parlare e/o esprimere la mia opinione ma commenterò l’analisi della legge che ha fatto Tocci in queste pagine della sua efficace e autorevole pubblicazione.
Cominciamo dalla Premessa del libro, il cui incipit è: “la Buona Scuola è una riforma mancata. Non c’è il cambiamento strutturale della scuola italiana. Non si vede alcuna strategia per rimuovere gli ostacoli che impediscono al nostro sistema  di assolvere ai compiti repubblicani: le diseguaglianze legate allo status familiare, al tipo di scuola e al contesto territoriale, soprattutto nel Mezzogiorno.”
Nella Premessa Tocci afferma che sono ormai vent’anni da che ogni governo ha preteso di scrivere una riforma scolastica, ponendosi una domanda: “che cosa non va nel rapporto tra politica e scuola se per venti anni sono fallite tutte le riforme?” e più avanti “la parola riforma è stata sfigurata dalle ideologie del tempo e soprattutto in Italia si è ridotta all’approvazioni di leggi sempre più confuse e inutili. Riforma dovrebbe essere un processo sociale, non un editto ministeriale. È questione culturale, non problema amministrativo. La politica è ormai convinta di poter decidere ricorrendo soltanto alla personalità che mette fine alle controversie.
Provo  a tirare le somme dalla lettura delle prime pagine:  mettete un padre con quattro figli. Questo padre decide  di investire un tot per la crescita dei propri figli. Esaurito l’investimento di base per le prime necessità quel padre decide che continuerà a investire solo sui figli che avranno dato maggiori garanzie per far fruttare il suo investimento iniziale, abbandonerà invece quelli che non hanno acquisito le premesse. Voi pensereste che sono proprio i figli in difficoltà che avrebbero bisogno di maggior sostegno. Inoltre non è – a ben vedere – neanche lungimirante perché – a meno che non decida di far fuori fisicamente quei soggetti – da qualche parte finiranno per gravare al fine di garantirsi la sopravvivenza.
Mettete poi che quel padre faccia due calcoli e collochi due figli al nord dove il suo investimento ha maggiori probabilità di rientro e due al sud dove le probabilità sino minori e otterrete la politica del governo. Sono le leggi del mercato, la modernità, baby.

Le politiche pubbliche non possono ridursi al bonus malus finanziario, bisogna investire sui processi organizzativi sia per dare opportunità ai migliori sia per aiutare le strutture in difficoltà. Le risorse pubbliche devono essere spese per innalzare  la qualità dell’intero sistema, non una parte contro l’altra.”
E poi ancora: “ il mondo vitale dell’educazione non può essere descritto dalle deformazioni della scienza economica che ha perso la radice originaria di filosofia morale per ridursi a una tecnologia del debito. Gli inganni del mercato divorano i sogni del nostro tempo. Hanno già spento l’ambizione di un’Europa unita, hanno intaccato la speranza di un mondo con meno frontiere, hanno svuotato il successo mondiale della democrazia. Ora non possiamo consentire che facciano del male anche alla scuola.”

E questo – per giunta – lo sta facendo una forza “di sinistra”.

18 gennaio

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Nemico di classe, The Kitchen Company

Oggi avrei voluto scrivere una pagina dedicata al maiale, ovvero di una lezione in cui sono stata io a imparare qualcosa. Poi mi sono imbattuta nella notizia di una dodicenne che ha tentato il suicidio (per fortuna con conseguenze non gravi) perché – pare – vittima di bullismo.
La ragazzina in questione mancava a scuola per un’influenza da una settimana e al momento del ritorno il malessere è stato più forte: ha scritto un biglietto ai genitori con il quale chiedeva scusa senza spiegazioni e un biglietto per i compagni dove aveva scritto  “Adesso sarete contenti”.
Naturalmente nessuno si era accorto di niente: la scuola si difende, nessuna avvisaglia, in apparenza nessun segnale. Men che meno la famiglia.
In queste circostanze sono sempre tormentata dai dubbi: è già difficile per un adulto concepire l’idea di togliersi la vita, scegliere un modo di morire, scrivere messaggi da lasciare. È già meno concepibile per un adolescente, ma ci sono ragazzi che hanno sensibilità che sfuggono alla dimensione di quella che definiamo  normalità. Ma una ragazzina di dodici anni è poco più di una bambina e per una bambina un gesto simile è del tutto innaturale.
Quindi, mi permetto di dire, a qualcuno qualcosa è sfuggito, come quasi sempre in queste situazioni. Eppure la Dirigente si è affrettata a dire che a scuola esiste anche un servizio di sportello “ma la ragazza non si era mai rivolta al servizio”.
Forse proprio perché è un “servizio” cara signora. Siamo oramai abituati a pensare tutto in termini di offerta e fruizione dell’offerta. Se il servizio c’è e non si usa vuol dire che il problema non c’è e questo ci lava la coscienza.
È difficile oggi fare i genitori, ma ahimè va anche detto che è un mestiere che si sa fare sempre meno. In un’epoca in cui tra genitori e figli esiste apparentemente più dialogo e apertura, i figli sfuggono e spesso si perdono, in assenza di un qualsiasi punto di riferimento autorevole.

A provocarmi comunque rabbia bollente è stata la dichiarazione del politico di turno: la senatrice del Pd Elena Ferrara, prima firmataria di un disegno di legge “a prevenzione e contrasto del cyber bullismo” con i toni di chi di fronte al morto dichiara guerra nazionale per farlo tornare vivo.
Ben venga la legge, ma perché non potete rinunciare ai vostri cinque minuti di notorietà di fronte a qualsiasi disgrazia?
Sono almeno dieci anni che ne sento parlare, ma si vede che non è considerata priorità e il fatto che se ne parli solo quando emerge il fattaccio in una qualsiasi pagina di cronaca rende la cosa ancora più vergognosa.
Ma non è questo soltanto. Mi disturba il fatto che si intervenga sempre sulle conseguenze, mai sulle cause.
Perché allora non diciamo che a scuola dovremmo essere messi in condizioni di operare sul serio sul disagio? Che non c’è bisogno di leggi speciali e provvedimenti speciali ma magari di qualche seria formazione (anziché centinaia di ore in perdite di tempo) e di classi con un numero DECENTE di alunni?
Perché a nessuno viene in mente che con queste nuove assunzioni anziché inventarsi termini nuovi come ORGANICO DI POTENZIAMENTO (per potenziare cosa nessuno l’ha ancora capito) si potrebbero eliminare le classi pollaio dove qualunque insegnante, anche il più preparato e volenteroso, non è in grado di agire efficacemente?
Perché non ci togliete di torno la burocrazia che ci obbliga e ci opprime e ci svena l’energia e ci mettete in condizioni di realizzare davvero quello che in una scuola si dovrebbe fare, ovvero insegnare e apprendere in serenità e autonomia?

Ho lavorato per anni con colleghi meravigliosi, con i quali abbiamo condiviso decine di successi scolastici in casi difficili, a volte disperati. E ho imparato che è l’ambiente la chiave del successo: insegnanti in grado di confrontarsi e condividere pratiche comuni, luoghi familiari che i ragazzi devono poter frequentare volentieri, arrivando al mattino non con il ghigno del “mi tocca” ma con la spinta del “sono contento di essere qui”. Non ci vuole poi molto, ve l’assicuro. I ragazzi non imparano per imposizione, ma per emulazione.

Ricette semplici.
Stamattina, ad esempio, ho finito di leggere in classe (per me forse per la decima volta) Io non ho paura di Ammaniti. Libro integrale (non pezzetti insulsi da antologia) letto ad alta voce. Romanzo efficacissimo a scuola; ebbene, quando alla fine ti senti una cinquantina di occhi addosso e il fiato sospeso vorresti uscire e chiamare quel collega titolato dalla gerarchia che senza bussare ti apre spesso la porta perché ha sentito “chiasso”. Guardali adesso e non quando, mentre lavorano a gruppi, succede che ci sia “chiasso” (vorrei anche dirgli che ora mi hanno detto si chiama cooperative learning, ma si faceva anche prima che lo chiamassero così, almeno io l’ho sempre fatto).

Ricette semplici, perché quando – altro esempio – al trentacinquesimo compito su Pascoli, realizzi che adolescenti tecnologici sono tutto sommato affascinati e accattivati non da quella cosa patetica della Cavallina Storna, ma dal simbolo, dal suono, dalle sinestesie (e diciamole pure queste parolacce) dalla ricerca dei significati della poesia, e questo accade, ad esempio, in un professionale e  non un classico… ancora crediamo che l’Invalsi e il libro digitale e le certificazioni delle competenze e gli sportelli e i recuperi (e mi fermo) siano la risposta?
C’è fame, ma di poesia, e di pensiero. Bisogno di plasmare intelletti e sensibilità. Magari  ci sarebbe anche meno bullismo.
Aggiungiamo anche luoghi più sicuri e più piacevoli in cui stare.
Ricette semplici. Semplici. Maledizione.

La foto è tratta da uno spettacolo teatrale che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere come aggiornamento. Nemico di classe, messo in scena da The Kitchen Company 

 

16 Dicembre

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Evoluzione o Creazione?

A volte le lezioni assumono toni surreali, come quella di oggi in terza. Ora di storia, si parlava di medioevo. Il solito chiacchierone di Francesco deve sempre dire la sua ogni momento. Oggi è stata: “ma se per millenni c’è stato solo l’aratro e questi si ammazzavano per coltivare la terra, come mai non hanno pensato a inventare il trattore?”

Sulle prime ho pensato fosse una delle sue solite battute, ma poi mi sono resa conto che non scherzava.

E così ne è nata una digressione che ha portato a parlare di cause, conseguenze, contesti, progressi nel tempo, conquiste e un sacco di altre cose.

A un certo punto Francesco – che ha il dono inoltre di essere sempre sul punto – mi fa: “voi professori ci confondete, quella di religione ci parla di Adamo ed Eva, lei ci dice che veniamo dalle scimmie”.

M’è toccato spiegargli che facciamo due cose diverse, che c’è differenza tra evoluzione e creazione, tra fede e ragione, tra scienza e religione e quindi ci sono  motivi per cui diciamo cose diverse, perchè la storia é diversa, senza fonti è narrazione, simbolo.

La cosa è continuata per tutta l’ora, Francesco era una mitraglietta che sparava domande a raffica e ha anche egregiamente interpretato la scimmia che mi è servita per fargli capire cosa abbia voluto dire la conquista della posizione eretta.

Insomma comunque una bella lezione, per certi aspetti anche divertente, che ha coinvolto tutti.

Alla fine, dopo tutta questa maratona fatta di incursioni nella storia nelle diverse epoche e nei diversi contesti Francesco mi fa:

“Va beh professorè, insomma c’avete voluto dire che Adamo ed Eva erano due scimmie che si sono evolute.”

“Io non l’ho detto, ma se ti piace vederla  così, va bene così”. Ho detto ridendo, giusto per non strozzarlo.

28 novembre

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Miseria e Nobiltà

Ora di buco, sala insegnanti. Oggi sono arrivati i neo immessi in ruolo della fase C, hanno facce felici di chi finalmente ce l’ha fatta. Parlano molto, soprattutto una, danno l’impressione di voler dare il segno che sperano di collaborare, per questo si presentano a tutti i colleghi. Si vede che temono di finire a fare i tappabuchi, anche se aver firmato il contratto li rende euforici.

Quando ho firmato il mio di contratto è stato uno dei giorni più brutti della mia vita, ma era per faccende personali, comprendo perfettamente il loro stato d’animo: uscire da uno stato di precarietà è qualcosa che ti fa assomigliare a un animale che trova casa dopo aver combattuto nella foresta.

Tuttavia io all’indomani della firma del contratto sapevo cosa avrei fatto: ovvero quello che avevo fatto negli ultimi sedici anni, insegnare italiano e storia. Per loro è diverso: nessuno sa ancora come esattamente verranno utilizzati (pessima espressione) questi insegnanti. Loro hanno parlato molto di progetti, ma ho imparato a temere molto questa parola, che spesso poi si rivela necessità di contenuti a costo zero, anche se non ho osato dirlo. Sarebbe stato fuori luogo.

Seduto in angolo stava il professore in uscita, cioè il collega che andrà in pensione.  Mi dice sempre che ormai non vede l’ora, che la scuola che lascia non è quella che ha sempre pensato di contribuire a costruire e quindi lascia senza rimpianti.

Tra l’entusiasmo di questi nuovi insegnanti che non la smettono di chiacchierare, di chiedere, di parlare e la quieta rassegnazione dell’insegnante che gli dà il benvenuto dicendo loro che è felice che ci siano persone giovani e motivate, io mi sento nel mezzo, assalita da una strana malinconia. Sento di non appartenere né a una parte né all’altra. Sento di non essere né vecchia né giovane.

Sento più che altro, come la gran parte delle volte, che da questa parte del muro sono a disagio perché per me la scuola sono le aule con i ragazzi, qualsiasi cosa ci sia fuori mi pone dubbi e interrogativi, spesso mi dà tristezza. Quella con gli alunni è una sfida che affronto tutti i giorni come se fosse nuova sempre, perché non sai mai quello che capiterà. Devi essere malleabile, duttile, pronta a passare dall’acciaio allo stato liquido in un nanosecondo e viceversa. Almeno per come lo intendo io.

Invece con i colleghi ormai sono un pesce fuori dall’acqua. Mentre ascolto mi sovviene un’immagine che mi ha colpito, due giorni fa, durante il collegio. Una collega solerte che si alza e rammenta alla dirigente che la scheda di valutazione dei ragazzi che sta proiettando sul grande schermo è frutto della suo lavoro la sera precedente, il che equivaleva a dire

A) che noi stavamo approvando una cosa uscita dalla mente di un’insegnante quando siamo un centinaio e passa

B) che le modifiche apportate alla scheda erano quelle sollecitate dalla dirigente, per cui la collega con solerzia le faceva notare che le aveva accolte. Quando si dice la piaggeria.

Niente di male, accade, ma sono cose che mi lasciano perplessa, una sorta di corsa all’oro che è vero, c’è sempre stata, ma da quando hanno dato il via sta aumentando in modo esponenziale in velocità e in modalità, quasi stia lì la garanzia di successo. Di cosa poi  devo ancora capirlo.

Do comunque il benvenuto ai nuovi colleghi, ma non so, ho come la brutta sensazione che ancora una volta si comincia a costruire la casa dal soffitto, quando le fondamenta stanno marcendo. Un po’ come la scala di sicurezza che stanno costruendo davanti alla mia aula: solida, in ferro e con l’ascensore. Peccato che dentro i muri siano a pezzi, gli alunni sono in sovrannumero rispetto alle dimensioni delle aule, le lavagne sono vecchie e consunte, attaccate coi fil di ferro. Gli insegnanti hanno firmato per avere un pennarello da usare alla lavagna che deve bastare tutto l’anno, altrimenti che se lo ricomprino.

La Buona Scuola è lì, nell’orizzonte sorridente di queste facce giunte oggi, di sabato.

Per fortuna, almeno per quel che mi riguarda,  mi salva il fatto che quando entro in classe l’alba è passata e il mio orario di lavoro finisce sempre prima di qualsiasi tramonto.

 

20 novembre

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.. con questa faccia da straniero

Khalim è un ragazzino di 16 anni di terza C. Due settimane fa lo abbiamo sospeso per tre giorni a seguito di un grave episodio avenuto proprio durante una mia lezione: si è scagliato contro un compagno con una rabbia piuttosto cattiva. Nonostante io e i compagni ci fossimo precipitati a trattenerlo ha finito per lanciare una sedia contro il ragazzo, che – va detto – proprio malcapitato non era, visto che la provocazione era partita da lui.
Era da tempo che avevo percepito che tra Khalim e Franco non correva buon sangue, pare fosse un rancore covato fin dallo scorso anno che quel giorno ha trovato la miccia per esplodere.
Khalim è un ragazzo maghrebino con due occhi neri come il carbone e un sorriso bianco e bellissimo. Magro da far paura gioca a calcio in una giovanile, credo gli piaccia molto. Ho visto che a scuola non è molto integrato e anche durante l’intervallo stanno  i soliti tre (marocchini tutti) sempre insieme.
Lunedì in questa classe mi avevano chiesto di parlare di ciò che è accaduto a Parigi. Avevo cercato e trovato un racconto di una scrittrice algerina che faceva al caso (la storia di una donna araba e musulmana che perde il marito giornalista a causa di un attentato per mano di un integralista islamico)
Arrivo in classe alla sesta ora e mentre sto per dare inizio alla lezione, mi viene un’idea.
“Cosa sapete di islam, di musulmani?” esordisco.
Muti tutti, come temevo.
“Beh allora oggi la lezione non la faccio io, la farà Khalim, visto che abbiamo la possibilità di farcelo spiegare da uno che l’islam lo conosce.”
Khalim è colto ovviamente di sorpresa, fa un po’ di storie, si rifiuta, ma è chiaro che ha solo timore. Ciò che accade dal momento in cui si posiziona a fianco della lavagna per la sottoscritta è uno di quei miracoli che a scuola possono accadere e ti aprono porte, portoni, cancelli e cancelletti.
Qui provo a raccontare quello che è successo.

Io vado a sedere tra i ragazzi, per rompere il ghiaccio faccio domande.
Khalim inizia a parlare di Corano, ci ha raccontato dove lo ha imparato e come, nonostante durante i cinque anni di scuola elementare passasse i pomeriggi in una scuola coranica (e mi rompeva le palle – dice- che volevo giocare a pallone) non lo conosce abbastanza. Si professa musulmano, ma non un buon musulmano perchè sa di avere una testa calda, ma dice anche che sa benissimo che tornerà là dove è partito, perché la preghiera per i musulmani è una sorta di salvezza quotidiana (altro che droga e alcol, aggiunge). Ci ha detto che – pur non sapendo spiegare come – quando prega si sente in pace, sereno, perché pregare non è mai a vuoto, o per chiedere, si prega con un obiettivo e quasi sempre ne deriva una sorta di benessere.
Khalim infarcisce la sua lezione di termini dialettali calabresi e di parolacce, il miscuglio è divertente, e forse è proprio questo che rende la sua lezione più abbordabile anche per i ragazzi che lo stanno ascoltando, per cui lo assecondo. Del resto oggi l’insegnante è lui.
Racconta che a Gizzeria, dove vive, la nuova moschea è bellissima, perché quella che avevano prima era un po’ squallida. Gli chiedo come l’hanno avuta e cosa ci fanno. Dice che l’hanno comprata con i contributi di tutti, che si trova in mezzo alle palme, che l’hanno dipinta di rosso e di giallo e che in moschea ci vai per pregare, leggere il corano, ma anche incontrare gli altri e parlare. Aggiunge che tutti possono andare e che è usata che come luogo di ricovero per chi non ha un posto dove dormire.
Un ragazzo chiede: “Ma quindi le moschee non sono solo quelle con le cupole dorate ….”
Lui spiega che le moschee possono essere dovunque e sono luoghi di preghiera, ovunque va bene.
Parla del Ramadan, che a volte è durissimo, specialmente quando fa caldo, però… “dopo le nove di sera mi scialo, specie se sono con gli amici, mangiamo da qui a là”. E con la mano disegna una traiettoria.
Poi ci scrive qualche lettera dell’alfabeto arabo, dice che è abbastanza difficile ma a lui riesce bene perché ha una bella mano anche per disegnare (il che è vero).
Ci parla con molto entusiasmo e calore del Corano, dice che ogni parola va studiata perché ha tanti significati e per conoscerlo bene devi studiare molto, che ha un buon ricordo del suo maestro.
Durante le lezioni sul corano di solito si studia in coppia: uno studia una pagina e l’altro un’altra pagina, devono impararlo a memoria, ma anche capirlo, poi dopo alla fine della lezione devono ripeterlo.
“E se qualcosa non va?” Chiedo io già pensando alle punizioni corporali che tante volte ho visto nei film o letto da qualche parte.
“Lo rifai finché non l’hai imparato. Ci vuole pazienza.”
I ragazzi stanno stranamente zitti, lo seguono, li esorto a fare domande, l’assenza di curiosità – è palese – è data dal fatto che di quel mondo di cui Khalim ci sta parlando non conoscono niente.
Sono io l’allieva più curiosa oggi, così chiedo se è vero che il Corano promette dieci vergini e le donne in paradiso.
Sorride. “No, dice. Una soltanto, che è così bella che noi però non possiamo immaginarla, ma è difficile, devi andare in paradiso per averla. Io sono sicuro che non ci vado”.
Ai kamikaze promettono le donne in paradiso! Ride di nuovo: “Perché secondo lei quelli vanno in paradiso?”
“E cosa mi dici del fatto che le donne nella vostra religione sono considerate male?”.
Dice che ad esempio il velo, da nessuna parte c’è scritto che una donna ha l’obbligo del velo, il fatto che molte lo portino o che siano picchiate se fanno qualcosa non dipende dalla religione , ma dalla famiglia che è antiquata, è dovuto alla mentalità.
Arriviamo al nodo.
E dell’ISIS che pensi?
E qui si incazza: dice che fa male per primi ai musulmani, che qualche giorno fa mentre passava con i due suoi amici davanti al linguistico dei ragazzi hanno detto: ecco l’isis. Che per colpa loro ci passano male tutti, quando l’Isis con loro non c’entra niente.
Spiega cosa voglia dire la sigla ISIS, che li prendono giovanissimi e gli fanno il lavaggio del cervello, che la maggior parte non ha neanche idea di chi sia il capo, il capo è un’entità superiore con cui non possono avere a che fare, quasi sacra. Devono ubbidire.
“E le armi?”
“Professorè e mi fati sta domanda? Cumu si chiamanu l’armi?” mi dice ridendo.
Boh…. Mi viene in mente il kalasnichov….
“Lo vede che sa la risposta?”
Le armi cioè è l’occidente che gliele dà, aggiunge che anche in Marocco, mica sarebbero così poveri, le ricchezze ci sono, ma gli affari li fanno per il petrolio, se no “com’è che siamo divisi dal Sahara… “ e disegna il confine del Marocco con una bella linea retta. “Chista ca’.. che ci fa?”
Io sono sempre più ammutolita. Guarda tu sto’ ragazzino che rompe sempre le palle…
“Ho visto certi filmati pirati dell’Isis – riprende – che fanno delle cose che non possono essere umane, bambini usati come armi, lanciati per aria. Io li ammezzerei tutti. Gli farei provare dolore. Schifo fanno. Anzi, io vorrei che venisse la terza guerra mondiale, così almeno vediamo se li ammazzano tutti.”
Faccio notare che la storia insegna che la guerra a distruzione e morte aggiunge distruzione e morte.
“Professorè, questi non li fermano, certe volte la guerra ci vuole” e mi spiega che secondo lui i morti in realtà già ci sono e pure la distruzione, ma almeno se venisse una guerra vera dopo si potrebbe ricominciare.
Poi, arriva pure la ciliegina sulla torta. La metafora. Anche se lui la chiama “esempio”.
“Avete presente un branco di pesciolini? I pesci piccoli seguono sempre il pesce grande. Se voi ammazzate il pesce grande, quelli si disperdono, se ne vanno ognuno per i fatti propri.”
“Kalhim non è che mi faresti una lezione così in quarta?”
“Io non è che non la voglio fare, ma se mi prendono in giro o qualcuno ride per quello che dico, io poi reagisco e piu a pugni ancunu. Se stanno quieti quieti magari sì.”
Sorrido. Non avrei mai detto…. Intanto si sono fatte le due.
“Professorè… ma la campana è suonata!!” Esclama Giuseppe.
E pensare che di solito fanno cartella un quarto d’ora prima e stanno pronti dietro la porta dieci minuti prima del suono della campanella.
Oggi invece usciamo per ultimi.
Noto che Franco si avvicina a Kalhim, è l’unico che gli ha fatto delle domande e delle battute mentre parlava. C’è una bella allegria che serpeggia, mentre scendiamo le scale.
Ho soltanto un rammarico: difficilmente riuscirò a condividere quello che è successo in quest’ora e “come” è successo con un qualsiasi collega. Soprattutto con quelli convinti che Khalim sia a un passo dal diventare delinquente.
Ma tant’è. Oggi mi bruco questa foglia di felicità.
E così sia.

15 novembre

31063_1263901885576_3700607_nStasera il mio diario prende la strada del passato: nell’aula c’era sole, questo lo ricordo bene. Il resto è un ricordo indistinto, non saprei dire su cosa stessimo facendo lezione, sono passati più di dieci anni.
G. entra in classe e da subito fu chiaro che era un ragazzino particolare: biondo, capelli rasta, occhi e pelle chiarissimi, fare impacciato, spalle leggermente ricurve. Si era trasferito da un altro istituto, eravamo ai primi dell’anno, aveva capito che l’indirizzo che aveva scelto non faceva per lui.
Così eccolo arrivare in quella prima formata in gran parte da ragazzine agguerrite, lui timido e schivo. Leggeva malissimo, scriveva peggio, faceva fatica a integrarsi, studiava poco, aveva un’organizzazione e un’autonomia pessimi.
Però aveva un nonno anziano che durante l’intervallo veniva a trovarlo spesso, era uno spettacolo vederli insieme, parlare fitto, tra quei due si percepiva un dialogo e una comprensione straordinari: il ragazzino magro e rasta e il nonno distinto e ben vestito, ex partigiano. Erano belli insieme.
Il tempo passò. Ricordo in particolare i temi di italiano: G. era pieno di idee, di spunti, di cose da dire, ma non sapeva dar forma al caos. Per farlo aveva bisogno di un procedimento dialettico, ovvero lui parlava, io interagivo cercando di suggerire senza dire, lui scriveva e così si procedeva. Il più delle volte G. era testardo e andava comunque per la sua strada. Se una cosa gli sembrava giusta da dire la diceva, non importava come e spesso non capiva quale fosse il limite oltre il quale bisognava pur rendersi consapevoli di ciò che c’era da imparare, che non bastava “sentire”, bisognava anche imparare ad esprimerlo decentemente.
Stasera pensavo a quel ragazzino, mentre sul palcoscenico un ragazzo bello, alto, con una bellissima voce perfettamente modulata sciorinava versi di Baudelaire, di Ferlinghetti, di Garcia Lorca e perfino di Vincenzo Cardarelli.
Ha uno stile attoriale dolce e suadente quando legge e recita versi, ma può diventare rude e aggressivo nei ruoli, ovvero ciò che nella vita non è. G. è diventato un ottimo attore. Ma non solo: è anche un educatore che segue ragazzi problematici, è questo il suo lavoro. E fa bene entrambe le cose, dotato com’è di grande sensibilità.
È stato il laboratorio teatrale scolastico a fare di G. quel ragazzo che stasera sul palco vince e convince. Un laboratorio promosso all’interno della classe dapprima, della scuola poi. È stata anche la mia prima esperienza di un laboratorio teatrale a scuola con l’aiuto di un attore e regista teatrale. È stata una delle esperienze più estenuanti e nello stesso tempo più belle di tutta la mia carriera scolastica.
Il talento di G. stava lì, nella recitazione. È diventato primo attore di quel laboratorio e lo è stato per qualche anno. Ricordo che non capiva sempre il senso delle parole, ma non importava, perché dove non arrivava con la testa, lui arrivava con la pancia. Era un animale, un istinto e sul palcoscenico tutta la sua insicurezza spariva ieri come sparisce oggi.
G. alla fine si è diplomato egregiamente e ha fatto tanta strada da allora. È diventato un bellissimo ragazzo sempre pieno di dubbi e con una gran voglia di cercare.
Mi commuove sempre un po’ quando vengo a vederlo recitare, come stasera, che è insieme a un compagno con cui ha formato un duo: Tipi di-versi. Uno suona, trova le note, l’altro recita, trova il colore delle parole.
Si esibiscono per lo più per un pubblico giovane, ed è una piccola rivoluzione, loro che parlano un linguaggio poetico a coloro che poesia non ne ascoltano più.
Nella vita sono importanti gli incontri e la scuola dovrebbe servire a favorirli, perché esistono molti G. che hanno un talento nascosto da qualche parte, ma troppo spesso passa inosservato senza gli adeguati strumenti per scoprirlo e tirarlo fuori.
Ho sempre avuto una inesauribile fiducia in quel ragazzino testardo e cocciuto, guardavo con simpatia alla sua anarchia e mentre osservo, adesso, nel buio della platea, la sua figura ben stagliata sul palcoscenico, così composta, così disciplinata, così concentrata, penso che qualsiasi sarà la sua strada porterò sempre con me quel ragazzino che più di dieci anni fa entrò in classe con la testa chinata, quasi a schivare gli sguardi.

Eccolo là adesso. Ti guarda e ti sfida. Un titano.

19 ottobre

Pitbull_combattimento_TpOggiSono le dodici e mezza, sono in seconda, faccio appena in tempo ad accordare cinque minuti di pausa che scatta la mossa automatica. Praticamente tutti afferrano il cellulare. Faccio notare il livello di dipendenza patologica, ma siccome rimango ovviamente inascoltata mi rassegno a questi cinque minuti di spippolamento compulsivo.
V. – un ragazzino minuto che sembra più piccolo della sua età – si avvicina alla cattedra. Da qualche parte qualcuno fa una battutaccia ad alta voce a proposito dei cani randagi, che andrebbero uccisi. Non commento, ma V. prende a raccontarmi del suo pitbull, mi dice che il cane gli addentava l’avambraccio senza morderlo e lui lo sollevava e lo faceva penzolare. Io guardo scettica i suoi quaranta chili scarsi e sorrido. Fa il grosso, ma proprio non ha la stazza del grosso.
Si siede e mi dice che questo pitbull adesso è morto, pare fosse un cane da combattimento e lui lo allenava.
“Tu?” Chiedo incredula.
“Sì, per le gare”
“Ma le gare tra cani sono illegali”
“Qui, ma in Bulgaria no. È legale, anzi, ci vanno pure i poliziotti. Mio zio lì ha un allevamento di cani, si possono vincere fino a 5000 euro in un combattimento.”
“Ma a te piace guardare due cani che si ammazzano?”
Fa spallucce, si vede che non vuole ammetterlo apertamente ma sì, gli piace. Mi racconta di cani eroici, insanguinati e con arti strappati che dopo aver vinto un combattimento vengono rimessi in pista a combattere ancora. Sento l’adrenalina mentre parla gesticolando.
“Ma è terribile”
“Sì, ma lo fanno”
“Torni spesso in Bulgaria?”
“Sì, ogni estate, i miei sono separati, per le vacanze vado da mio padre.”
Mi racconta poi che gli piace andare in motorino, ma non ha il patentino e in Bulgaria nella sua città i poliziotti lo hanno beccato, ma lì – dice – basta pagare.
“La multa?” Azzardo io ottimista.
“Ma quale multa prof! I poliziotti! Mio padre gli dà 50, 100 euro e loro mi lasciano andare.”
Andiamo bene!
Intanto i cinque minuti sono passati e io mi sono fatta una cultura sul combattimento tra cani.
Chiedo di mettere via i cellulari, dedichiamo gli ultimi venti minuti alla lettura del romanzo su Oscar. Protestano un po’, soprattutto A., penultima fila, aria da finto bullo ma buono come il pane.
Comincio a leggere.
Tanto lo so che sarà proprio lui, A. Succede quasi sempre, mi segue con lo sguardo, la bocca semiaperta e lo sguardo lucido. D’altronde ormai è chiaro che Oscar morirà. Nel gioco dei dodici giorni è invecchiato.
Quando suona la campanella c’è un silenzio imbarazzato. In fondo molti di loro sono maschi duri.

Qualche giorno dopo, nell’introdurre un modulo sul loro libro dedicato a scritti sulla mafia, chiedo cosa ne sappiano.
Proprio V. risponde subito : sono dei furbi, dei grandi. Chiedo spiegazioni, ma ovviamente non sa bene cosa rispondere, è confuso. Eccetto, dice, che a lui l’idea piace perché lui da grande vorrebbe fare il criminale. Proprio così mi dice.
“Io vorrei fare il criminale.”
V. da qualche giorno si è tagliato i capelli: un taglio rasato con una striscia più lunga nel mezzo. Sulla nuca il rasoio gli ha disegnato uno strano, indecifrabile segno.
Tra l’altro, a lui così piccolo, quel taglio sta proprio male (oltre ad essere oggettivamente un brutto modo di ridursi la testa) ma questo non posso dirglielo.
Dovrò farglielo capire in un altro modo. Così come smontargli la sua visione mitica dei criminali.

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