26 gennaio

013
Illustrazione di Luigi Guarino

Quattro ore di corso di formazione sulla sicurezza. Meno male ho dei colleghi simpatici, altrimenti sarebbe da spararsi. Argomenti oltremodo noiosi. Non ci formiamo – né confrontiamo – sulle cose importanti ed essenziali, ma dobbiamo conoscere tutti i rischi sul lavoro. Per carità, sacrosanto, se solo le scuole (almeno la gran parte) fossero luoghi messi in sicurezza, cosa che non è affatto.
Un mio collega ha fatto un bellissimo intervento a proposito di stress sul lavoro (perché nei protocolli c’è anche il rischio correlato allo stress). In sostanza ha detto che poiché non produciamo tonno in scatola per cui procedure e ricadute sono verificabili dovremmo fare attenzione a farci trattare come se sfornassimo merce, utenza, clienti. Mi sarei alzata per dargli un bacio in fronte.

Comunque registro che Kalim sta venendo a scuola. È stato vicino alla seconda sospensione a causa di uno di quegli insegnanti che qualche pagina fa ho definito grandi coleotteri (beh… a dire il vero lui ha mandato quell’insegnante a fanculo, ma per ottenere il risultato il bravo coleottero ci ha lavorato su parecchio!)
In quei giorni, consapevole d’averla fatta grossa, aveva smesso di nuovo di venire a scuola, tanto che con un amico gli ho mandato un biglietto con i toni di cazziatone epocale. Per fortuna a maggioranza abbiamo deciso che un’altra sospensione nel suo caso sarebbe stata fatale, significava buttarlo per strada. Ha avuto la sua brava ramanzina e gli abbiamo concesso un’altra possibilità. La buona notizia è appunto che a scuola sta venendo assiduamente.
Al rientro a un certo punto mi ha mostrato il biglietto che aveva ricevuto e mi ha fatto segno che lo porta con sé. Questo – mi ha detto – me lo conservo.
Se ne sta lì certe volte e lo vedo che mi scruta, nota tutto sto’ fetente. Tipo mentre parlo mi dice: ma perché si è allisciata i capelli? Sono mbalusi, era meglio prima. Mbalusi è una parola che ha imparato e schiaffa dappertutto, vuol dire che non vanno bene. Oppure: lo sa che il fumo invecchia, che se non fumasse non avrebbe quelle rughe? In pratica mi sta dicendo che devo avere più cura di me. Mi tiene d’occhio.
Qualche volta alla fine dell’ora mentre si preparano per uscire mi si accovaccia a fianco alla cattedra e mi chiede: ma me ne volete bene?
No, rispondo. Io sono pagata per insegnarti storia e italiano non per volerti bene Kalim.
Il massimo è stato la scorsa settimana quando mi ha chiesto: ma voi siete felice? Sono rimasta spiazzata.
Ma come ti viene in mente di farmi ste’ domande?
Io lo so perché mi fa queste domande.  Perché non ha la stessa intelligenza e sensibilità degli altri. Non studia niente, avrà una pagella disastrosa, ma non è come gli altri.
Caro Kalim, se sono felice o meno non è un problema. So però che spesso sono stanca, sempre più stanca. So che quello che succede fuori dalle aule mi piace ogni giorno di meno. So che è facile attaccare me e quelli come me, fin troppo facile. Non scodinzolo, non compiaccio, non mi mostro, mi piace fare quello che devo fare con passione, detesto i tecnicismi, detesto perdere tempo in inutili cazzate che ti atrofizzano il cervello, detesto farlo perché va fatto e salvo il quieto vivere, non ho alcun senso della gerarchia, capisco solo la cooperazione e la collaborazione e a quelli che dicono cose tipo “il/la dirigente vuole così” mi verrebbe voglia di dargli una sberla. Contrastivi, pare che abbiano definito così gli insegnanti non allineati. Mi sa che sono tra quelli, mio malgrado.
E  gli strumenti, caro Kalim, non sono così diretti come quelli che i professori usano nei confronti degli allievi. Sono subdoli. Sono piccole azioni, una per volta. Siccome penso e poiché penso parlo, questo non va bene, non è mai andato bene. Meglio star zitti e tirare a campare.
Lo stress sul luogo di lavoro. Mi viene da ridere caro Kalim, da ridere.
E mi sa che tu te ne sei accorto.
Lo sai Kalim? Io che sono più di venti anni che insegno con dedizione, mi dovrò difendere davanti a un giudice. Sì, perché ho subito un provvedimento del tutto ingiusto e fuori luogo. Tra le tante cose c’era scritto: “… ravvisando nella sua condotta mancanze relative alla funzione docente, ai doveri di correttezza, di collaborazione ecc ecc”
Qualcuno dice che non dovrei scriverne, non dovrei dirlo, ma non ho nulla di cui vergognarmi, anzi, il mio è paradigma della nuova aria che comincia a tirare. Io non riconosco il linguaggio copiato dalle leggi e usato da chi legge non è, io conosco il potere della parola, questa, adesso, qui.
Buona la scuola, vero Kalim?
Nessuno può permettersi di rivolgermi parole di quel tipo solo perché ha motivi altri che non conosco e non voglio conoscere. E per questo devo intraprendere a malincuore un’azione legale.
Nessuno può farlo, se non altro perché se tu sei tornato a scuola e non sei per strada a fare chissà che, è merito mio e di quelli come me.
Insegno il rispetto prima della letteratura. e se lo insegno, lo esigo. E’ una cosa semplice e naturale e non c’è niente di eroico in questo.

Professoressa, ma voi, siete felice?

A chi piace questo clima di finti e ipocriti moralizzatori forti delle campagne mediatiche in nome di cause solo e esclusivamente personali che niente hanno a che fare  con l’educazione e la scuola – proprio in quanto prima istituzione deputata all’educazione –  dico: tenetevela.
E buona fortuna.

Ps. comunque Kalim,  sì, a te sì, ti voglio bene.

2 risposte a "26 gennaio"

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  1. Daniè, professoressa Daniè, professoressa però, lo toglierei di mezzo ben volentieri e, la vera, autentica letteratura, ne sono certo e penso che anche Kalim è della stessa idea e dalla stessa parte, grida a squarcia gola: Evviva Daniela, per cui il PS finale ci voleva proprio. Un finale poi che è mille inizi. Sempre. Daniè, anche se ci sta, e ci sta, che ti prendi collera, però fa di necessità virtù; anche perché se ti mordi e ti stracci la pelle, sotto c’è Daniela. Sempre. Credo che a Kalim le tue rughe, come dice lui causate dal fumo, fanno parte di quella professoressa che lui stima e vuol bene, a modo suo.

    Ciao

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