Le cose di prima

L’ultimo lavoro di  Giuseppe Aloe, autore che ho sempre letto e stimato, è un romanzo “forte” e per forte tra virgolette intendo proprio estremo, una di quelle storie che non ti aspetti e io, devo ammettere, amo i romanzi che scompigliano l’ordine delle cose (Cioran scriveva che un libro deve frugare nelle ferite o crearne di nuove, deve essere pericoloso).

Le pagine sono permeate da una violenza che prende a schiaffi il lettore, non quel tipo di violenza che potremmo trovare nella descrizione di scene truci o in personaggi feroci, o brutali, anche se la brutalità è un elemento essenziale nella storia, ma è un serpente che striscia dall’inizio alla fine.

La voce narrante è quella di un uomo che racconta la propria adolescenza e non è forse l’adolescenza, questo tratto essenziale nella linea della vita, la fase più violenta, più folle, più estrema, nell’esistenza degli esseri umani? Amori, conflitti, abbandoni, morti, mutamenti, paure: tutto durante l’adolescenza è vissuto con la massima intensità. Ogni cosa che accade determina in noi un’indole, un atteggiamento, una disposizione per gli individui che saranno adulti con segni, lacerazioni, conquiste, consapevolezze, fragilità.

È questa la violenza che ho trovato in questa storia, quella dei terremoti e delle macerie della crescita, se pure inquadrata in una vicenda insolita, ma fortemente simbolica, scritta in modo magistrale (Aloe è puntiglioso, ricercato nello stile, si sente e si respira la meticolosità di un autore che non lascia niente al caso): i torti subiti presentano i conti, sempre, e ciascuno sceglie se tenerli in considerazione, rimuoverli, o perfino seppellirli.

Nel caso del protagonista di questa storia rimuovere, ad esempio, non sarà possibile, perché “le cose di prima” finiscono, ma in un modo o nell’altro, che siano palesi o sepolte, queste continuano ad accompagnarci come un’ombra. Sono la nostra ombra, perfino quando la nascondiamo allo sguardo altrui.

“Le cose di abbiamo perduto le abbiamo perdute per sempre. L’orologio che ritrovi dietro il cassetto dopo un mese non è più lo stesso orgoglio di un mese fa. Ha perso una parte: quella che voleva liberarsi di te. Perché le cose di prima sono finite. Sono finite. E  se sono finite non esistono più.”

Gli oggetti, secondo l’autore, hanno un’anima “Perché ci sono cose che non possiamo capire, ma possiamo sentire” e dove la  scienza si ferma, ecco che appare la letteratura.

Ho ascoltato Giuseppe Aloe alla presentazione del suo libro al Salone di Torino, dove ha raccontato: “pensavo da anni a un romanzo sull’adolescenza e dopo aver sentito al funerale di un amico di mio figlio un’omelia di un sacerdote che citò  il passo di Giovanni che dice “Non ci sarà più sofferenza, lamento, affanno, perché le cose di prima sono finite”, il romanzo è apparso magicamente nella mia mente.”

Un romanzo dirompente, che spezza gli argini della nostra anima perbenista, del nostro pensiero naturale, spesso ipocritamente tranquillo nel cercare storie rassicuranti, ma innocue.

“È come se queste giornate abbiano avuto uno spasimo. Il tempo si è preso una pausa, mi dico. Forse è lei il segreto di questo tempo che non va avanti, e che delle volte arretra. Che ci lascia vivere lunghe giornate di allegria e amore. Ma non sono giornate come le altre. Non hanno un inizio, uno svolgimento e una fine…. L’inizio non finisce mai, è lungo come un secolo di invasioni, il pomeriggio e la sera ugualmente coprono qualche secolo di metamorfosi, di ere glaciali che si sciolgono proprio davanti alle sue parole, ai miei silenzi.”

L’orologio ritrovato dietro il cassetto non può essere uguale a quello che abbiamo perso, il tempo trasforma noi e le cose, ogni minuto che passa.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.” Recita il famoso incipit di Anna Karenina, uno dei più famosi.

Ebbene preparatevi: la famiglia di questo romanzo non assomiglia a nessun’altra:

“Quel giorno uscii da scuola con il cuore sollevato. Le cose miglioreranno, mi dicevo prendendo la salitina che portava a casa. Miglioreranno. Le cose sarebbero cambiate. Saremmo ritornati alle nostre vite pacifiche e senza contrasti. Una vita netta come una scia nel mare (….) una vita così. Senza visione, una vita sottotraccia al riparo del male. Al riparo dei discorsi sfrenati. Sotto le coperte del mare della tranquillità. Senza eccessivi fronzoli. Una vita dritta in punta e via a remare. Una cosa del genere.”

Ma così non può essere. Così non sarà.

Il romanzo

Un ragazzo, fra i 12 e 13 anni, una famiglia che si disgrega sotto i suoi occhi, un amico che guarda dalla finestra, un intruso che spezza definitivamente quei legami. Sono questi gli elementi del nuovo romanzo di Giuseppe Aloe. L’uomo che racconta gli avvenimenti è lo stesso ragazzo che li ha vissuti. Ha una voce pacata, a volte malinconica e arrabbiata, e comunque segnata da qualcosa che non riesce a passare. Perché se le cose di prima sono finite, come dice Giovanni nell’Apocalisse, esse continuano a cantilenare nel silenzio della notte, si presentano e scompaiono, parlano, si fanno avanti, e sono spavaldi, i fatti di ieri, spavaldi e portentosi. Una scrittura rabdomantica e spietata che cerca di esplorare quel tempo enigmatico e inesprimibile della giovinezza. In cui l’esuberanza della vita non è altro che la controfaccia della morte. Ci sono i carnefici e le vittime, i partecipi e gli osservatori. Ci sono balconi, finestre, camere diventate vuote, c’è Janelle la mantide religiosa, la sentinella del buio, e c’è Annette, la donna che forse riuscirà a tirar via quell’uomo dalla sua vertigine. Un libro drammatico, come di solito è l’adolescenza di chiunque, ma anche risolutore. Come qualcuno che arrivando per caso in un luogo riesce a riparare un torto che non lo riguarda, ma che lo opprime ugualmente.

L’autore

Ha pubblicato Non pensare all’uomo nero… dormi (2005), Non è successo niente (2009), Lo splendore dei discorsi (2010), La logica del desiderio (2011, finalista al Premio Strega), Gli anni di nessuno (2012), Ieri ha chiamato Claire Moren (2019) e, con Rubbettino, Lettere alla moglie di Hagenbach (2021, Premio Rhegium Julii e Premio Città di Siderno) e Le cose di prima (2023).

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