26 gennaio

013
Illustrazione di Luigi Guarino

Quattro ore di corso di formazione sulla sicurezza. Meno male ho dei colleghi simpatici, altrimenti sarebbe da spararsi. Argomenti oltremodo noiosi. Non ci formiamo – né confrontiamo – sulle cose importanti ed essenziali, ma dobbiamo conoscere tutti i rischi sul lavoro. Per carità, sacrosanto, se solo le scuole (almeno la gran parte) fossero luoghi messi in sicurezza, cosa che non è affatto.
Un mio collega ha fatto un bellissimo intervento a proposito di stress sul lavoro (perché nei protocolli c’è anche il rischio correlato allo stress). In sostanza ha detto che poiché non produciamo tonno in scatola per cui procedure e ricadute sono verificabili dovremmo fare attenzione a farci trattare come se sfornassimo merce, utenza, clienti. Mi sarei alzata per dargli un bacio in fronte.

Comunque registro che Kalim sta venendo a scuola. È stato vicino alla seconda sospensione a causa di uno di quegli insegnanti che qualche pagina fa ho definito grandi coleotteri (beh… a dire il vero lui ha mandato quell’insegnante a fanculo, ma per ottenere il risultato il bravo coleottero ci ha lavorato su parecchio!)
In quei giorni, consapevole d’averla fatta grossa, aveva smesso di nuovo di venire a scuola, tanto che con un amico gli ho mandato un biglietto con i toni di cazziatone epocale. Per fortuna a maggioranza abbiamo deciso che un’altra sospensione nel suo caso sarebbe stata fatale, significava buttarlo per strada. Ha avuto la sua brava ramanzina e gli abbiamo concesso un’altra possibilità. La buona notizia è appunto che a scuola sta venendo assiduamente.
Al rientro a un certo punto mi ha mostrato il biglietto che aveva ricevuto e mi ha fatto segno che lo porta con sé. Questo – mi ha detto – me lo conservo.
Se ne sta lì certe volte e lo vedo che mi scruta, nota tutto sto’ fetente. Tipo mentre parlo mi dice: ma perché si è allisciata i capelli? Sono mbalusi, era meglio prima. Mbalusi è una parola che ha imparato e schiaffa dappertutto, vuol dire che non vanno bene. Oppure: lo sa che il fumo invecchia, che se non fumasse non avrebbe quelle rughe? In pratica mi sta dicendo che devo avere più cura di me. Mi tiene d’occhio.
Qualche volta alla fine dell’ora mentre si preparano per uscire mi si accovaccia a fianco alla cattedra e mi chiede: ma me ne volete bene?
No, rispondo. Io sono pagata per insegnarti storia e italiano non per volerti bene Kalim.
Il massimo è stato la scorsa settimana quando mi ha chiesto: ma voi siete felice? Sono rimasta spiazzata.
Ma come ti viene in mente di farmi ste’ domande?
Io lo so perché mi fa queste domande.  Perché non ha la stessa intelligenza e sensibilità degli altri. Non studia niente, avrà una pagella disastrosa, ma non è come gli altri.
Caro Kalim, se sono felice o meno non è un problema. So però che spesso sono stanca, sempre più stanca. So che quello che succede fuori dalle aule mi piace ogni giorno di meno. So che è facile attaccare me e quelli come me, fin troppo facile. Non scodinzolo, non compiaccio, non mi mostro, mi piace fare quello che devo fare con passione, detesto i tecnicismi, detesto perdere tempo in inutili cazzate che ti atrofizzano il cervello, detesto farlo perché va fatto e salvo il quieto vivere, non ho alcun senso della gerarchia, capisco solo la cooperazione e la collaborazione e a quelli che dicono cose tipo “il/la dirigente vuole così” mi verrebbe voglia di dargli una sberla. Contrastivi, pare che abbiano definito così gli insegnanti non allineati. Mi sa che sono tra quelli, mio malgrado.
E  gli strumenti, caro Kalim, non sono così diretti come quelli che i professori usano nei confronti degli allievi. Sono subdoli. Sono piccole azioni, una per volta. Siccome penso e poiché penso parlo, questo non va bene, non è mai andato bene. Meglio star zitti e tirare a campare.
Lo stress sul luogo di lavoro. Mi viene da ridere caro Kalim, da ridere.
E mi sa che tu te ne sei accorto.
Lo sai Kalim? Io che sono più di venti anni che insegno con dedizione, mi dovrò difendere davanti a un giudice. Sì, perché ho subito un provvedimento del tutto ingiusto e fuori luogo. Tra le tante cose c’era scritto: “… ravvisando nella sua condotta mancanze relative alla funzione docente, ai doveri di correttezza, di collaborazione ecc ecc”
Qualcuno dice che non dovrei scriverne, non dovrei dirlo, ma non ho nulla di cui vergognarmi, anzi, il mio è paradigma della nuova aria che comincia a tirare. Io non riconosco il linguaggio copiato dalle leggi e usato da chi legge non è, io conosco il potere della parola, questa, adesso, qui.
Buona la scuola, vero Kalim?
Nessuno può permettersi di rivolgermi parole di quel tipo solo perché ha motivi altri che non conosco e non voglio conoscere. E per questo devo intraprendere a malincuore un’azione legale.
Nessuno può farlo, se non altro perché se tu sei tornato a scuola e non sei per strada a fare chissà che, è merito mio e di quelli come me.
Insegno il rispetto prima della letteratura. e se lo insegno, lo esigo. E’ una cosa semplice e naturale e non c’è niente di eroico in questo.

Professoressa, ma voi, siete felice?

A chi piace questo clima di finti e ipocriti moralizzatori forti delle campagne mediatiche in nome di cause solo e esclusivamente personali che niente hanno a che fare  con l’educazione e la scuola – proprio in quanto prima istituzione deputata all’educazione –  dico: tenetevela.
E buona fortuna.

Ps. comunque Kalim,  sì, a te sì, ti voglio bene.

25 gennaio

maiale
Una lezione particolare

Al rientro delle vacanze natalizie c’è stata una lezione piuttosto singolare. Si sa, il primo giorno dopo le vacanze è sempre una mezza tragedia sia per i gli allievi che per gli insegnanti. Quel giorno avevo la prima ora in seconda. Io cercavo di darmi un tono per forza di cose, i ragazzi avevano l’aria sonnolenta e svogliata.

Parte così la domanda per spezzare il ghiaccio e ripartire: e insomma che avete fatto di bello durante le vacanze?
Succede che F. alza la mano prontamente esclamando io ho commesso due omicidi.
“Si va boh, neanche uno, addirittura due. E chi, di grazia?”
F. è un ragazzino piuttosto in carne, dislessico, ha problemi a scrivere e anche ad esporre e, stranamente, si lancia in un’affabulazione, che qui provo a ricostruire, che ha coperto tutta l’ora di lezione e ha coinvolto diversi suoi compagni che hanno confessato di essere avvezzi a “omicidi” del genere.
In realtà F. durante le vacanze “ha fatto il maiale” , espressione con cui si indica l’uccisione dell’animale in un giorno che per la famiglia diventa una sorta di cerimonia festaiola.
Ed ha spiegato passo passo in cosa consiste questa due giorni: si comincia al mattino presto quando l’animale viene – ahimè – appeso a un gancio a testa in giù e ucciso. Viene lasciato appeso in maniera che coli tutto il sangue (che viene raccolto in un recipiente) e nel frattempo si scalda una “quadara” d’acqua, ovvero un grande pentolone, che servirà per pulire l’animale.
Si lava con l’acqua bollente una prima volta e vengono messe a mollo le zampe perché così le unghie si leveranno più facilmente. Il sangue a questo punto vien messo da parte. Con quello ci si farà il sanguinaccio, cioè una crema spalmabile con cioccolata, uvetta e pinoli.
F. dice però che un altro modo di utilizzare il sangue consiste nel farlo bollire fino a completa condensazione per poi tagliarlo a fette. Pare sia buonissimo fritto condito con formaggio aglio e prezzemolo. Mi fido, perplessa.

Si prosegue bruciando i peli che sono rimasti sulla pelle e si passa a un secondo lavaggio che però viene effettuato con sale e limone (o sale e arancia). A questo punto il maiale è pulito  e viene diviso in due. Ogni parte viene incisa per sfilare i tendini, dopodiché si svuota l’interno.
Fino a questo punto hanno lavorato gli uomini, da questo momento in poi, invece, entrano in scena anche le donne che cominceranno con il lavare gli intestini che serviranno per il salame. Li lavano in un secchio con acqua, aceto e sale.
Poi si forma una sorta di catena di montaggio: chi macina la carne, chi incide la pelle per fare cotiche e curacchi, chi gira una macchinetta, chi è pronto per riempire il budello. E voilà si fanno le salsicce.
In un altro pentolone vengono messi a cuocere le pelli e le parti dure tipo le orecchie, con le quali si farà la gelatina. Il grasso invece viene raccolto per fare le risimoglie (e queste anch’io so che sono una prelibatezza!)
Durante i due giorni le famiglie mangiano insieme: il primo giorno a pranzo a base di patate, fagioli, giardiniera, pane e companatici vari, mentre alla sera la pasta con la carne di maiale  al sugo. Il giorno dopo polpette di carne e –  dice F. – ossa cotte da spolpare che sono – pare – buonissime.
Alla fine del secondo giorno in pratica, salsicce, salamini e prosciutti sono pronti per essere consumati o stagionati.

Devo dire che a me tutto questo racconto ha fatto un po’ effetto, ma F. si è dato da fare per raccontare con ordine tutte le procedure e non me la sono sentita di fare la parte di quella che i prosciutti li mangia ma fa la schifiltosa per il fatto che dietro c’è un animale ammazzato.

Alla fine una domanda però la faccio: cosa rispondereste a un animalista che vi dice che ammazzare un animale è malvagio come ammazzare un uomo?
Va boh… si è aperto il mondo tra i commenti di tutti.
N. ha detto che crudeltà per l’uccisione di un maiale è una parola grossa e ha raccontato che una volta crescere il maiale era una questione che riguardava tutta la famiglia. Quell’animale diventava uno di casa. All’epoca non c’era molto da mangiare, il maiale era la risorsa principale. Se per caso succedeva che morisse prima dell’uccisione per un motivo qualsiasi, si piangeva come se fosse morto uno di famiglia e poiché non conoscevano le cause della morte dovevano buttarlo. Il che voleva dire una mala annata.
Per la maggior parte comunque “fare il maiale” è una tradizione. A parte qualche voce isolata nessuno la considera una pratica crudele.

Insomma in quella lezione sono stata discente e ho imparato in concreto dai loro racconti quello che sempre si dice: del maiale non si butta via niente. Credo fosse un po’ la filosofia dei tempi della fame.
Stavolta ho ascoltato senza fare la parte del grillo parlante.
E comunque F. era fiero di sé. Bene così.

23 gennaio

12625880_10207050513553677_1433956965_n
Leggendo La scuola, le api e le formiche di Walter Tocci

Ho iniziato questa settimana a leggere “La scuola, le api e le formiche”, di Walter Tocci e ho deciso di dedicare qualche pagina di questo diario a una lettura ragionata di questo libro.
L’autore è stato Vicesindaco di Roma ed è attualmente senatore del PD e, nella sua qualità di membro della Commissione Parlamentare per l’Istruzione, ha partecipato alla discussione della Buona Scuola. Quindi appartiene allo stesso partito del premier che questa legge ha voluto fortemente ed ha una conoscenza capillare della legge, pertanto costituisce una voce autorevole che non si può definire “di parte”.
Non sono io a parlare e/o esprimere la mia opinione ma commenterò l’analisi della legge che ha fatto Tocci in queste pagine della sua efficace e autorevole pubblicazione.
Cominciamo dalla Premessa del libro, il cui incipit è: “la Buona Scuola è una riforma mancata. Non c’è il cambiamento strutturale della scuola italiana. Non si vede alcuna strategia per rimuovere gli ostacoli che impediscono al nostro sistema  di assolvere ai compiti repubblicani: le diseguaglianze legate allo status familiare, al tipo di scuola e al contesto territoriale, soprattutto nel Mezzogiorno.”
Nella Premessa Tocci afferma che sono ormai vent’anni da che ogni governo ha preteso di scrivere una riforma scolastica, ponendosi una domanda: “che cosa non va nel rapporto tra politica e scuola se per venti anni sono fallite tutte le riforme?” e più avanti “la parola riforma è stata sfigurata dalle ideologie del tempo e soprattutto in Italia si è ridotta all’approvazioni di leggi sempre più confuse e inutili. Riforma dovrebbe essere un processo sociale, non un editto ministeriale. È questione culturale, non problema amministrativo. La politica è ormai convinta di poter decidere ricorrendo soltanto alla personalità che mette fine alle controversie.
Provo  a tirare le somme dalla lettura delle prime pagine:  mettete un padre con quattro figli. Questo padre decide  di investire un tot per la crescita dei propri figli. Esaurito l’investimento di base per le prime necessità quel padre decide che continuerà a investire solo sui figli che avranno dato maggiori garanzie per far fruttare il suo investimento iniziale, abbandonerà invece quelli che non hanno acquisito le premesse. Voi pensereste che sono proprio i figli in difficoltà che avrebbero bisogno di maggior sostegno. Inoltre non è – a ben vedere – neanche lungimirante perché – a meno che non decida di far fuori fisicamente quei soggetti – da qualche parte finiranno per gravare al fine di garantirsi la sopravvivenza.
Mettete poi che quel padre faccia due calcoli e collochi due figli al nord dove il suo investimento ha maggiori probabilità di rientro e due al sud dove le probabilità sino minori e otterrete la politica del governo. Sono le leggi del mercato, la modernità, baby.

Le politiche pubbliche non possono ridursi al bonus malus finanziario, bisogna investire sui processi organizzativi sia per dare opportunità ai migliori sia per aiutare le strutture in difficoltà. Le risorse pubbliche devono essere spese per innalzare  la qualità dell’intero sistema, non una parte contro l’altra.”
E poi ancora: “ il mondo vitale dell’educazione non può essere descritto dalle deformazioni della scienza economica che ha perso la radice originaria di filosofia morale per ridursi a una tecnologia del debito. Gli inganni del mercato divorano i sogni del nostro tempo. Hanno già spento l’ambizione di un’Europa unita, hanno intaccato la speranza di un mondo con meno frontiere, hanno svuotato il successo mondiale della democrazia. Ora non possiamo consentire che facciano del male anche alla scuola.”

E questo – per giunta – lo sta facendo una forza “di sinistra”.

18 gennaio

1654-12744
Nemico di classe, The Kitchen Company

Oggi avrei voluto scrivere una pagina dedicata al maiale, ovvero di una lezione in cui sono stata io a imparare qualcosa. Poi mi sono imbattuta nella notizia di una dodicenne che ha tentato il suicidio (per fortuna con conseguenze non gravi) perché – pare – vittima di bullismo.
La ragazzina in questione mancava a scuola per un’influenza da una settimana e al momento del ritorno il malessere è stato più forte: ha scritto un biglietto ai genitori con il quale chiedeva scusa senza spiegazioni e un biglietto per i compagni dove aveva scritto  “Adesso sarete contenti”.
Naturalmente nessuno si era accorto di niente: la scuola si difende, nessuna avvisaglia, in apparenza nessun segnale. Men che meno la famiglia.
In queste circostanze sono sempre tormentata dai dubbi: è già difficile per un adulto concepire l’idea di togliersi la vita, scegliere un modo di morire, scrivere messaggi da lasciare. È già meno concepibile per un adolescente, ma ci sono ragazzi che hanno sensibilità che sfuggono alla dimensione di quella che definiamo  normalità. Ma una ragazzina di dodici anni è poco più di una bambina e per una bambina un gesto simile è del tutto innaturale.
Quindi, mi permetto di dire, a qualcuno qualcosa è sfuggito, come quasi sempre in queste situazioni. Eppure la Dirigente si è affrettata a dire che a scuola esiste anche un servizio di sportello “ma la ragazza non si era mai rivolta al servizio”.
Forse proprio perché è un “servizio” cara signora. Siamo oramai abituati a pensare tutto in termini di offerta e fruizione dell’offerta. Se il servizio c’è e non si usa vuol dire che il problema non c’è e questo ci lava la coscienza.
È difficile oggi fare i genitori, ma ahimè va anche detto che è un mestiere che si sa fare sempre meno. In un’epoca in cui tra genitori e figli esiste apparentemente più dialogo e apertura, i figli sfuggono e spesso si perdono, in assenza di un qualsiasi punto di riferimento autorevole.

A provocarmi comunque rabbia bollente è stata la dichiarazione del politico di turno: la senatrice del Pd Elena Ferrara, prima firmataria di un disegno di legge “a prevenzione e contrasto del cyber bullismo” con i toni di chi di fronte al morto dichiara guerra nazionale per farlo tornare vivo.
Ben venga la legge, ma perché non potete rinunciare ai vostri cinque minuti di notorietà di fronte a qualsiasi disgrazia?
Sono almeno dieci anni che ne sento parlare, ma si vede che non è considerata priorità e il fatto che se ne parli solo quando emerge il fattaccio in una qualsiasi pagina di cronaca rende la cosa ancora più vergognosa.
Ma non è questo soltanto. Mi disturba il fatto che si intervenga sempre sulle conseguenze, mai sulle cause.
Perché allora non diciamo che a scuola dovremmo essere messi in condizioni di operare sul serio sul disagio? Che non c’è bisogno di leggi speciali e provvedimenti speciali ma magari di qualche seria formazione (anziché centinaia di ore in perdite di tempo) e di classi con un numero DECENTE di alunni?
Perché a nessuno viene in mente che con queste nuove assunzioni anziché inventarsi termini nuovi come ORGANICO DI POTENZIAMENTO (per potenziare cosa nessuno l’ha ancora capito) si potrebbero eliminare le classi pollaio dove qualunque insegnante, anche il più preparato e volenteroso, non è in grado di agire efficacemente?
Perché non ci togliete di torno la burocrazia che ci obbliga e ci opprime e ci svena l’energia e ci mettete in condizioni di realizzare davvero quello che in una scuola si dovrebbe fare, ovvero insegnare e apprendere in serenità e autonomia?

Ho lavorato per anni con colleghi meravigliosi, con i quali abbiamo condiviso decine di successi scolastici in casi difficili, a volte disperati. E ho imparato che è l’ambiente la chiave del successo: insegnanti in grado di confrontarsi e condividere pratiche comuni, luoghi familiari che i ragazzi devono poter frequentare volentieri, arrivando al mattino non con il ghigno del “mi tocca” ma con la spinta del “sono contento di essere qui”. Non ci vuole poi molto, ve l’assicuro. I ragazzi non imparano per imposizione, ma per emulazione.

Ricette semplici.
Stamattina, ad esempio, ho finito di leggere in classe (per me forse per la decima volta) Io non ho paura di Ammaniti. Libro integrale (non pezzetti insulsi da antologia) letto ad alta voce. Romanzo efficacissimo a scuola; ebbene, quando alla fine ti senti una cinquantina di occhi addosso e il fiato sospeso vorresti uscire e chiamare quel collega titolato dalla gerarchia che senza bussare ti apre spesso la porta perché ha sentito “chiasso”. Guardali adesso e non quando, mentre lavorano a gruppi, succede che ci sia “chiasso” (vorrei anche dirgli che ora mi hanno detto si chiama cooperative learning, ma si faceva anche prima che lo chiamassero così, almeno io l’ho sempre fatto).

Ricette semplici, perché quando – altro esempio – al trentacinquesimo compito su Pascoli, realizzi che adolescenti tecnologici sono tutto sommato affascinati e accattivati non da quella cosa patetica della Cavallina Storna, ma dal simbolo, dal suono, dalle sinestesie (e diciamole pure queste parolacce) dalla ricerca dei significati della poesia, e questo accade, ad esempio, in un professionale e  non un classico… ancora crediamo che l’Invalsi e il libro digitale e le certificazioni delle competenze e gli sportelli e i recuperi (e mi fermo) siano la risposta?
C’è fame, ma di poesia, e di pensiero. Bisogno di plasmare intelletti e sensibilità. Magari  ci sarebbe anche meno bullismo.
Aggiungiamo anche luoghi più sicuri e più piacevoli in cui stare.
Ricette semplici. Semplici. Maledizione.

La foto è tratta da uno spettacolo teatrale che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere come aggiornamento. Nemico di classe, messo in scena da The Kitchen Company 

 

22 dicembre

insegnante-scuola-riconoscere-11Oggi i ragazzi avevano negli occhi e nei muscoli l’euforia delle vacanze, com’è giusto che sia. Appena suona la campanella scattano, corrono, si precipitano. Ti salutano al volo e ti augurano buon natale ma sono già fuori di qui, com’è giusto che sia.
Anche noi andiamo in vacanza, ma per noi no, non è giusto, sono in tanti a pensarlo. Tocca sempre sorbirsela da qualche parte questa sorta di “invidia”, di acrimonia, di cattiveria per certi versi.
Mi viene in mente che ai miei genitori (come a tutti i genitori di quell’epoca, ma anche dopo) non sarebbe mai venuto in mente di contestare le vacanze dei professori (neanche il resto per la verità). C’era una sorta di rispetto per chi si prendeva cura dell’istruzione del proprio figlio.
Chiunque, qualsiasi cosa faccia, in parte lo deve agli anni trascorsi sui banchi di una scuola ed è strano che oggi invece si prendano di mira a ogni occasione buona i presunti privilegi di chi si dovrebbe vedere come un partner nella missione più importante della vita: crescere i figli che si sono messi al mondo.
Dicono che siamo una categoria di lamentosi. Non lo escludo a priori, c’è una verità. Però è vero anche che a noi ormai piace ripetere a pappardella le cose che dicono in tv. Così se la Gelmini ha detto che gli insegnanti sono pagati poco perché sono troppi, se Brunetta ci ha accomunato alla categoria dei fannulloni, se Profumo dice che occorre il bastone e la carota con i docenti e che devono lavorare di più, fino a Giannini e Renzi che si inventano una riforma che scardina il sistema della scuola pubblica, ma nessuno se ne accorge… ebbene, diciamo la verità, un po’ l’opinione pubblica non solo ci crede, ma gongola indifferente.

Cominciamo a sfatare un mito:  intanto le statistiche dicono che l’orario di lavoro è in linea con il resto d’Europa ma in compenso sono i meno pagati (per gli scettici: cercatevi notizie su google, non è difficile)

sabella2_all1

FONTE: Rielaborazione da Eurydice (2013), i dati fanno riferimento all’a.s. 2013-2014.

Generalmente le vacanze estive sono molto più brevi in quei Paesi dove si preferisce alternare a periodi di lezione un maggior numero di pause scolastiche distribuite nell’arco dell’anno (Danimarca, Germania e Regno Unito), che hanno un calendario scolastico più discontinuo. Infatti oltre alla pausa estiva, ci sono altri cinque momenti di stop, ma non per l’Italia, che presenta invece un anno scolastico denso d’impegni e con meno pause per studenti e insegnanti.

sabella2_all2

Quanto riferito all’Italia vale per gli studenti, gli insegnanti sono in servizio fino almeno alla metà di luglio tra scrutini, esami e così via.

Sfatiamo un altro mito: a me piacerebbe – e non solo la sola – rimanere più a lungo  a scuola  e fare lì quello che faccio a casa. Così come durante l’estate sarebbe bello realizzare qualche progetto. MA. Le scuole italiane, con rare eccezioni,  non LO CONSENTONO. L’edilizia scolastica arranca, non ci sono gli spazi, non ci sono attrezzature, non ci sono dotazioni per farlo. Spesso non abbiamo neanche sale insegnanti.
Dunque, prima di calunniare, dovremmo essere più consapevoli e guardinghi. Ormai sparare sugli insegnanti è come sparare sulla croce rossa e fa veramente tristezza, oltre che rabbia, perché alla fine se la scuola muore o peggiora a chi importa?

Strano, eppure tutti passiamo da lì. E badate bene, se l’allieva di sedici anni rimane incinta ed è determinata ad abortire è a noi che si rivolge ormai, o per lo meno a quella parte di noi che fa questo mestiere che non ha paragoni. E non sono casi isolati, i gropponi che piombano addosso. E non c’è mastercard che tenga. MA.

Per dirla con la Montessori, “la scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio”.

Buone vacanze a tutti. A noi – ahimè – ci toccano lunghe!

grandma-betty_980x571

 

16 Dicembre

evoluzione-creazione-300x185
Evoluzione o Creazione?

A volte le lezioni assumono toni surreali, come quella di oggi in terza. Ora di storia, si parlava di medioevo. Il solito chiacchierone di Francesco deve sempre dire la sua ogni momento. Oggi è stata: “ma se per millenni c’è stato solo l’aratro e questi si ammazzavano per coltivare la terra, come mai non hanno pensato a inventare il trattore?”

Sulle prime ho pensato fosse una delle sue solite battute, ma poi mi sono resa conto che non scherzava.

E così ne è nata una digressione che ha portato a parlare di cause, conseguenze, contesti, progressi nel tempo, conquiste e un sacco di altre cose.

A un certo punto Francesco – che ha il dono inoltre di essere sempre sul punto – mi fa: “voi professori ci confondete, quella di religione ci parla di Adamo ed Eva, lei ci dice che veniamo dalle scimmie”.

M’è toccato spiegargli che facciamo due cose diverse, che c’è differenza tra evoluzione e creazione, tra fede e ragione, tra scienza e religione e quindi ci sono  motivi per cui diciamo cose diverse, perchè la storia é diversa, senza fonti è narrazione, simbolo.

La cosa è continuata per tutta l’ora, Francesco era una mitraglietta che sparava domande a raffica e ha anche egregiamente interpretato la scimmia che mi è servita per fargli capire cosa abbia voluto dire la conquista della posizione eretta.

Insomma comunque una bella lezione, per certi aspetti anche divertente, che ha coinvolto tutti.

Alla fine, dopo tutta questa maratona fatta di incursioni nella storia nelle diverse epoche e nei diversi contesti Francesco mi fa:

“Va beh professorè, insomma c’avete voluto dire che Adamo ed Eva erano due scimmie che si sono evolute.”

“Io non l’ho detto, ma se ti piace vederla  così, va bene così”. Ho detto ridendo, giusto per non strozzarlo.

14 dicembre

statua-giacomo-leopardi_318761
Giacomo Leopardi
Into-The-Wild
Into the wild

La quarta A – maschile e numerosa – è veramente una classe difficile. Una buona parte, è assolutamente disinteressata, abulica e chiassosa e quasi sempre riesce a disturbare la lezione in modo puntuale e preciso. Non hanno libri, difficilmente prendono appunti, studiare figuriamoci. L’unico momento finora in cui sono riuscita a catturarli è stato con un film, a seguito della lettura di alcuni estratti di Cesare Beccaria, Dead Man Walking, nel quale – oltre a esserci due interpretazioni straordinarie, di Sean Penn e Susan Sarandon – il regista racconta con mano gelida e imparziale gli ultimi giorni di un antipatico condannato a morte. Il film (come sempre accade) li ha emozionati e coinvolti e ne è nato un bel dibattito sulla pena di morte. Salvo poi aver copiato i compiti in classe su Studenti.it.

La mia esperienza e il mio intuito – i miei principali compagni di strada, soprattutto in assenza di reali condivisioni con i miei colleghi – mi hanno sempre detto che devo andare dritta per la mia strada, ovvero io ci devo provare, non devo cedere all’impulso di compiacerli sempre e comunque solo per coinvolgerli. È pur sempre una quarta, sono cresciutelli, qualcosa devono imparare e, soprattutto, per molti di loro che insistono sempre sullo stesso tasto (“siamo meccanici che ce ne frega dei poeti” oppure “gli scrittori sono tutti depressi”), quel poco o tanto che riesco a inchiodare con un martello che batti e ribatti alla fine infila il chiodo nel muro, è e rimane una delle poche occasioni per loro di incontro con la bellezza (che non sia l’incontro con la figa di turno sullo smartphone).

Quindi vado, spesso sbatto, devo picconare e riprovare ad andare oltre. È faticoso, ma è pur sempre vero che se anche per una parte infinitesimale si riesce a incidere – pur dovendo mandar giù un bel po’ di fiele –  alla fine le soddisfazioni ripagano. Non sempre accade che tutto vada per il verso giusto ma accade.

Così sono a Leopardi. Di Romanticismo abbiamo detto poco, quel tanto che basta al momento, ma non importa. Stavolta ho iniziato Leopardi da un’altra parte, prima ancora che potessero pronunciare la parola poeta quasi fosse una bestemmia e l’immancabile associazione con la depressione (che vuol dire essenzialmente ma perché bisogna studiarli che tanto quello che hanno scritto li ha resi infelici e noi felici vogliamo stare?) io gli ho letto il Dialogo della natura e di un islandese. A freddo e senza raccontare troppo di Leopardi e della sua vita.

Poi mi è venuto in mente – a volte il know-how * serve,  anche se nella scuola non fa curriculum – che tutto sommato c’erano diversi aspetti in comune con la storia di  Christopher McCandless, il protagonista di Into the wild, film di Sean Penn. (Ebbene sì, amo quest’uomo perdutamente)

Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. …  E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli e vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine

Questo è l’inizio del discorso dell’islandese alla natura. Anche Chris abbandona la sua vita, la sua infelice famiglia, la società dei consumi,  il suo brillante futuro, alla ricerca di un’altra forma di vita e con la voglia di sperimentare. E’ esattamente ciò che Giacomo avrebbe voluto fare e non ha potuto fare. Basta leggere la lettera al padre Monaldo quando tenta di scappare di casa la prima volta.

Tuttavia dopo i primi entusiasmi, l’islandese si trova a combattere con la Natura  “io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri”.

E di nuovo anche Chris sperimenta  tutte le difficoltà di tenersi in vita negli ultimi mesi del suo viaggio e intorno a lui c’è una natura maestosa, bellissima, ma che non sarà sua alleata.

La sfida con la Natura, per l’islandese quanto per Chris, è impari. Entrambi soccombono. Per entrambi la donna di pietra sentenzia una condanna a morte perché non c’è nel ciclo della vita niente che privilegi l’uomo.

E qui sta la grandezza di Leopardi, che ha scoperto e presentito infinite cose prima del tempo, come qui  quasi l’ecologia, il fatto che l’uomo non sia il padrone del mondo in cui vive, ne è solo una piccolissima parte e se ti ostini a vivere e stare nella parte sbagliata, sulle falde di un vulcano o nei pressi degli argini di un fiume, o accanto alla riva del mare, la natura prima o poi si vendicherà per il rispetto mancato.

“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.”

Questo dice la Natura all’islandese.

Chris misurava se stesso e coloro che lo circondavano secondo un rigido codice morale. Rischiava di incamminarsi su un sentiero carico di solitudine, ma trovava compagnia nei personaggi dei libri che amava”.  Afferma  la sorella di Chris in Into the wild.

Anche Giacomo aveva la sua ferrea morale, non cercò neanche Dio per consolarsi. La similitudine forse farà arricciare il naso a molti. Per me è funzionale.

Intanto la storia di questo ragazzo che lascia tutto per l’avventura ha inchiodato i ragazzi cresciutelli a un silenzio curioso. Spero che alla fine capiranno che molto somiglia alla storia di un ragazzo altrettanto curioso e inquieto che molto tempo fa ha scritto e scritto per arrivare a pensare alla fine che gli uomini hanno un solo mezzo per essere meno infelici: solidarizzare. È morto poi troppo presto per spiegarcelo meglio.

 “Happiness only real when shared”: la felicità è autentica solo se condivisa. È quanto scrive Chris prima di morire.

E poi …. least but not last, la colonna sonora di Eddie Vedder è bellissima. I nativi digitali non sapevano chi fosse ma hanno apprezzato!

6 dicembre

medium.4cffad64e2bd5
Grande Coleottero

In ogni consiglio di classe c’è sempre (o quasi) il grande coleottero (o la grande coleottera) ovvero quegli insegnanti coriacei che si sono dati la missione di essere impermeabili. Questi sono personaggi che spesso usano un linguaggio impeccabile (in quelle sedi, fuori stentereste a riconoscerli) e hanno modi di fare ineccepibili. In una parola hanno corazze che al confronto lo scudo di Goldrake era plastilina allo stato liquido. Ma. Attenzione. Sono pericolosi.
Di solito questi grandi coleotteri – per motivi che esulano dalla nostra analisi perché in gran parte attengono alla sfera personale – odiano i ragazzi su una scala che va da uno a dieci: più sono ambiziosi e frustrati, più li odiano. Agiscono in sordina e se prendono di mira qualcuno – di solito quelli più facilmente attaccabili – la preda è loro. Una volta che li hanno catturati, sventolano poi il regolamento (che conoscono a memoria) e nove volte su dieci hanno la meglio.

Ne incontrai uno particolarmente coriaceo qualche anno fa in un istituto di Firenze. Era a livelli patologici.
Il ragazzo che aveva preso di mira era un rumeno biondino con gli occhi azzurri, molto arrogante. Era in una prima di una classe di indirizzo meccanico di un professionale.
A me fanno sorridere quelli che dicono che non siamo psicologi o assistenti sociali (ma se è per questo neanche maghi).
Insegnare valutare documentare. Documentare insegnare valutare. Il resto non è di nostra pertinenza.
Quando però insegni in istituti professionali impari una cosa che è oggettivamente molto diversa dai percorsi liceali: qui se un ragazzo non è all’altezza gli consigli di cambiare scuola. Nei professionali, e ormai anche in certi tecnici, dopo la scuola bisogna sapere che per molti c’è la strada. C’è chi non sente questa responsabilità, chi si ritiene abbastanza professionista da non lasciarsi coinvolgere. I grandi coleotteri appartengono a questa categoria di pensiero.

Nel caso di quel ragazzino rumeno che chiameremo Bastian Contrario la storia era: madre sfuggita a un padre violento, approda in Italia per lavorare lasciando il figlio alla nonna. Appena le condizioni lo permettono il figlio la raggiunge in Italia, ma la madre intanto ha trovato un compagno e ci fa una figlia. Ebbene, anche quel compagno beve, non ha un lavoro e all’occorrenza alza volentieri le mani. Bastian Contrario pare si prenda cura della sorella con attenzione amorevole (riferiscono fonti testimoniali) ma a scuola è agitatissimo. Che, voi non sareste neanche un po’ incazzati? Lui lo era e parecchio.

Nei casi di Bastian Contrario, se non si lavora sulla motivazione è una battaglia persa, non ci sono sospensioni, nozioni, provvedimenti disciplinari che tengano. Occorre una grande coesione del consiglio di classe, un indirizzo e delle strategie comuni e spesso si trovano.
Senonché arriva il grande coleottero e dove voi aggiustate quello rompe, perché provocherà la reazione che desidera fino all’estremo, perché lui quello in classe non ce lo vuole, ma soprattutto perché lui deve avere sempre ragione.

Una volta il mio esimio collega fiorentino, senza che Bastian Contrario proferisse parola, entrato in classe gli intimò di uscire. Lo mise dritto davanti alla porta per tutta l’ora e lì lo tenne. La volta dopo, quando ci riprovò, Bastian Contrario lo mandò a fanculo direttamente.

Quell’anno perdemmo Bastian Contrario, perché a norma di regolamento l’esimio collega tanto fece che alla fine ebbe la meglio, e non poteva essere diversamente.
In quel caso – va detto – c’era una grande dirigente, una donna di rara preparazione e sensibilità, eppure neanche lei bastò a frenare gli istinti del collega.

Immaginate i grandi coleotteri in presenza di dirigenti che pensano che il regolamento sia la Bibbia della scuola, se li incontrano fanno bingo, e per quanto dieci insegnanti facciano quadrato, pungoleranno i Bastian Contrari fino ad ottenere la reazione che desiderano.
E quando questa arriva BANG: sventolano i loro preziosi fogli al grido dell’art. x del comma x del regolamento disciplinare. Fanno tana come a nascondino insomma.

Così, per quanto i Bastian Contrari siano faticosi, ma faticosi da farvi dire ma chi me lo fa fare….. i grandi coleotteri lo sono di più. Faticosi e fastidiosi.
Loro svolazzano tra i corridoi, sibilando cose tipo
“Sai che ha fatto oggi C.?”
“Ve l’avevo detto che V. è un delinquente!”
“Non è ammissibile farsi mettere i piedi in testa”
Tu sei lì che fai finta di ascoltare e vorresti dire che è a lui/lei che metteresti volentieri la testa sotto i piedi, là dove dovrebbe stare…. ma devi stare attenta. Tacere.
shshsh….. attenta, iIl nemico ti ascolta.

Intanto Bastian Contrario chissà dove sarà. Ogni anno ce n’è uno, dieci, cento, mille. Non si sa che fine facciano.

28 novembre

miseria_nobilta4
Miseria e Nobiltà

Ora di buco, sala insegnanti. Oggi sono arrivati i neo immessi in ruolo della fase C, hanno facce felici di chi finalmente ce l’ha fatta. Parlano molto, soprattutto una, danno l’impressione di voler dare il segno che sperano di collaborare, per questo si presentano a tutti i colleghi. Si vede che temono di finire a fare i tappabuchi, anche se aver firmato il contratto li rende euforici.

Quando ho firmato il mio di contratto è stato uno dei giorni più brutti della mia vita, ma era per faccende personali, comprendo perfettamente il loro stato d’animo: uscire da uno stato di precarietà è qualcosa che ti fa assomigliare a un animale che trova casa dopo aver combattuto nella foresta.

Tuttavia io all’indomani della firma del contratto sapevo cosa avrei fatto: ovvero quello che avevo fatto negli ultimi sedici anni, insegnare italiano e storia. Per loro è diverso: nessuno sa ancora come esattamente verranno utilizzati (pessima espressione) questi insegnanti. Loro hanno parlato molto di progetti, ma ho imparato a temere molto questa parola, che spesso poi si rivela necessità di contenuti a costo zero, anche se non ho osato dirlo. Sarebbe stato fuori luogo.

Seduto in angolo stava il professore in uscita, cioè il collega che andrà in pensione.  Mi dice sempre che ormai non vede l’ora, che la scuola che lascia non è quella che ha sempre pensato di contribuire a costruire e quindi lascia senza rimpianti.

Tra l’entusiasmo di questi nuovi insegnanti che non la smettono di chiacchierare, di chiedere, di parlare e la quieta rassegnazione dell’insegnante che gli dà il benvenuto dicendo loro che è felice che ci siano persone giovani e motivate, io mi sento nel mezzo, assalita da una strana malinconia. Sento di non appartenere né a una parte né all’altra. Sento di non essere né vecchia né giovane.

Sento più che altro, come la gran parte delle volte, che da questa parte del muro sono a disagio perché per me la scuola sono le aule con i ragazzi, qualsiasi cosa ci sia fuori mi pone dubbi e interrogativi, spesso mi dà tristezza. Quella con gli alunni è una sfida che affronto tutti i giorni come se fosse nuova sempre, perché non sai mai quello che capiterà. Devi essere malleabile, duttile, pronta a passare dall’acciaio allo stato liquido in un nanosecondo e viceversa. Almeno per come lo intendo io.

Invece con i colleghi ormai sono un pesce fuori dall’acqua. Mentre ascolto mi sovviene un’immagine che mi ha colpito, due giorni fa, durante il collegio. Una collega solerte che si alza e rammenta alla dirigente che la scheda di valutazione dei ragazzi che sta proiettando sul grande schermo è frutto della suo lavoro la sera precedente, il che equivaleva a dire

A) che noi stavamo approvando una cosa uscita dalla mente di un’insegnante quando siamo un centinaio e passa

B) che le modifiche apportate alla scheda erano quelle sollecitate dalla dirigente, per cui la collega con solerzia le faceva notare che le aveva accolte. Quando si dice la piaggeria.

Niente di male, accade, ma sono cose che mi lasciano perplessa, una sorta di corsa all’oro che è vero, c’è sempre stata, ma da quando hanno dato il via sta aumentando in modo esponenziale in velocità e in modalità, quasi stia lì la garanzia di successo. Di cosa poi  devo ancora capirlo.

Do comunque il benvenuto ai nuovi colleghi, ma non so, ho come la brutta sensazione che ancora una volta si comincia a costruire la casa dal soffitto, quando le fondamenta stanno marcendo. Un po’ come la scala di sicurezza che stanno costruendo davanti alla mia aula: solida, in ferro e con l’ascensore. Peccato che dentro i muri siano a pezzi, gli alunni sono in sovrannumero rispetto alle dimensioni delle aule, le lavagne sono vecchie e consunte, attaccate coi fil di ferro. Gli insegnanti hanno firmato per avere un pennarello da usare alla lavagna che deve bastare tutto l’anno, altrimenti che se lo ricomprino.

La Buona Scuola è lì, nell’orizzonte sorridente di queste facce giunte oggi, di sabato.

Per fortuna, almeno per quel che mi riguarda,  mi salva il fatto che quando entro in classe l’alba è passata e il mio orario di lavoro finisce sempre prima di qualsiasi tramonto.

 

21 novembre

 

a1-Io-sono-complottista-o-Teoria-del-padrone

Ho iniziato a scrivere questo diario senza un preciso obiettivo, giusto per raccontare cosa avviene o può avvenire dentro aule scolastiche, perché non se ne parla così com’è.

Queste pagine hanno acquisito per strada un loro perché anche in virtù del fatto che sono seguite, la qual cosa spero sia dovuta proprio all’interesse che può suscitare scrivere e parlare di scuola in maniera diversa.
Certo sono spesso animata da una vena polemica, ma ciò è dovuto al tentativo di mostrare quanto sia diverso ciò che all’interno delle classi succede e ciò che esiste all’esterno, perché è difficile parlare di scuola e interrogarsi sulla bontà degli interventi legislativi che non incidono – il più delle volte – sulla vita della scuola e sui suoi reali bisogni.

Arriviamo così al racconto di oggi.  E rispetto all’ultima pagina si cambia registro. Per motivi di riservatezza diremo che ciò che raccontiamo è accaduto all’insegnante x, nella scuola y, con un dirigente k.
Cominciamo dai fatti: l’insegnante x per motivi personali prende un giorno di permesso. Accade che lo stesso insegnante – per una coincidenza occorsa anche in virtù di un forte stress al quale si è sottoposto per il poco tempo richiesto per svolgere ciò che aveva necessità di fare – il giorno dopo ha un malore.
Avverte la scuola che è impossibilitato a recarsi al lavoro. Non chiama un medico curante (che di questi tempi come sappiamo difficilmente effettuano visite a domicilio) e decide di recarsi dallo stesso nel pomeriggio anche per verificare la causa di quel malore.
Come sappiamo in caso di richiesta di visita fiscale bisogna rispettare le fasce di reperibilità. Ma, come ha fatto altre volte, l’insegnante x si reca dal medico alle ore quattro con l’intenzione di farsi comunque rilasciare l’attestazione di presenza nel suo studio.
Alle cinque al domicilio si presenta la visita fiscale. Gli viene riferito che l’insegnante x  è dal medico e già sulla via del ritorno. Ma il medico fiscale non aspetta, avverte si faccia fare il certificato necessario dal medico.
Così il giorno dopo a scuola l’insegnante x si reca in segreteria per regolarizzare la sua richiesta di malattia e presentare il certificato che attesta la presenza nell’ambulatorio in orario di visita fiscale.
Purtroppo commette un errore: invece di allegare quel certificato, allega la richiesta di analisi (stesso foglietto bianco) prescritte dal medico.
Il giorno dopo, mentre fa lezione, un custode avverte l’insegnante x che deve presentarsi presso la segreteria per comunicazioni urgenti.
Così l’insegnante si reca presso gli uffici dove gli viene consegnata una busta chiusa più grande contenente comunicazioni riservate e una più piccola.
La apre e legge l’oggetto: contestazione di addebito disciplinare.
Non sa bene cosa sia e legge il seguito: dopo una serie di commi e di riferimenti legislativi, quella lettera freddamente comunica che le è stato contestato il giorno di malattia “contravvenendo al suo obbligo di rispetto delle fasce di reperibilità. La presente costituisce atto di avvio di procedimento disciplinare” e – in breve – l’insegnante x è invitato in data … a presentarsi presso gli uffici della dirigenza per il contradditorio alla presenza di un procuratore o un rappresentante sindacale.
L’insegnante x cade dalla nuvole, sulle prime non capisce, mai è accaduto niente di simile. Fa mente locale e in un’altra busta più piccola vede che vengono riconsegnate le analisi erroneamente allegate.
Torna in segreteria e fa presente l’errore: ha presentato il certificato sbagliato.
Risultato: non c’è niente da fare, l’insegnante x dovrà presentarsi per la contestazione d’addebito. La segretaria le comunica che i suoi obblighi sarebbero stati diversi e ormai è a suo carico il procedimento, che il dirigente k ha comunque concesso di farsi assistere nel contradditorio.
Ho volutamente mantenuto un linguaggio burocratico perché è su questo solco che ormai ci muoviamo.
La legge che dà ai presidi tanti poteri, non è solo fatto che riguarda un cambiamento della scuola in senso verticistico, ma scardina completamente il senso di quella che dovrebbe essere una comunità scolastica.
È vero, ci sono dirigenti e dirigenti. Per alcuni sarebbe bastata una telefonata e l’equivoco si sarebbe chiarito. Ma per altri evidentemente il potere è quello che Andreotti diceva “logora chi non ce l’ha”. Chi ce l’ha, gongola. Se ne può anche infischiare del buon senso e del rispetto della persona.
Qui non si parla di un assenteista incallito (per il quale i metodi ci sono e ci sono sempre stati) qui si parla di un giorno e di insegnante che svolge il proprio dovere, che è una persona affidabile, in un momenti di difficoltà. Qui si parla della rottura di rapporti di fiducia, di qualsiasi sentimento di appartenenza, di conseguenze che vanno dalla demotivazione al menefreghismo (che già si vedono)
Perché infatti con la tipologia del dirigente x, nessun insegnante vuole averci a che fare, poiché si finisce per temere costantemente di essere sotto controllo e con la possibilità di essere colti in fallo.
Non stiamo parlando di un’azienda (e perfino all’interno di qualsiasi azienda un buon imprenditore sa che senza l’adeguata motivazione un lavoratore mai renderà abbastanza). Stiamo parlando dell’applicazione di meccanismi economici e gerarchici all’interno della scuola, che ha bisogno esattamente del contrario: partecipazione, condivisione, fiducia degli attori coinvolti.
Inutile dire che l’insegnante x si è sentita una merda di fronte a quel burocratichese che afferma un potere: il potere del superiore di fronte a colui che si sta trasformando in subalterno, perché ad alcuni dirigenti  – diciamo la verità – fa un sacco di bene marcare il territorio e sentirsi dire: sì padrone. È scritto nella psicologia di molti, non è un peccato, è solo una cosa che può accadere e per questo la legge è tanto più pericolosa.
L’insegnante x sa bene di non aver commesso alcuna infrazione sostanziale, eppure dovrà entrare in quella stanza a dare spiegazioni su ciò che non dovrebbe essere costretto a spiegare. Si chiama umiliazione.

Questa è anche la Buona Scuola.

 

Blog su WordPress.com.

Su ↑