La geografia di una deriva: luoghi e anime

Quando scrivi dei libri che hai letto, tutti sono bellissimi. L’ultimo lo è (quasi) sempre,  a sensazioni fresche.

Ma il libro di cui scrivo oggi non è bellissimo, è di più, è di una bellezza particolare: quando le pagine tra le mani sono crisalidi che aspettano te, le sfogli, e una volta chiuso il libro ecco le farfalle che volano, e tu sei lì che le guardi, malinconica; se ne andranno via appena aprirai un altro libro. Invece vorresti che restassero, te ne stai a libro chiuso a fissare l’albero sopra di te, chiedendo a quello spicchio di cielo che si intravede: e adesso?

Adesso qualsiasi libro sfilerò dalla pila sembrerà banale, penso. E mica vuoi lasciarlo andare così questo romanzo. Beh… è più o meno come mi sono sentita.

Dell’autore, Sandro Campani, avevo già letto Il giro del miele, I passi nel bosco e Alzarsi presto. Il libro dei funghi (e di mio fratello) e conoscevo il suo ritmo di scrittura dolce, contemplativo, lento. Il ruolo della natura, dei boschi dell’Appennino dove lui stesso vive, degli animali, del paesaggio, delle persone e le relazioni che nascono.

Nell’ultimo romanzo, La casa del dormiveglia, non so se dire che si è superato, ma se non possiedi intimamente la scrittura e la voce che ti appartiene, è difficile tenere incollato il lettore a 250 pagine, dall’inizio alla fine, senza che riesca a staccarsi, quando in quelle 250 pagine non succede niente: una storia semplice, lineare quanto basta, niente colpi di scena, niente artifici. Solo la forza della scrittura.

La copertina del romanzo raffigura la parte posteriore di un gatto con la coda alzata e dietro c’è l’ombra di una mano: si dice che il gatto abbia sette vite, che è un animale libero, autonomo, che non si lega completamente agli umani. Un animale vagabondo per natura.

L’ombra di quella mano non riesce ad afferrare la coda del gatto, di quelle sette vite non ne prende neanche una.

È un po’, il protagonista del romanzo, è così.

La storia si sviluppa attorno a una casa isolata, una villetta bifamiliare che Toschi, proprietario di un’azienda di ceramiche, decide di comprare. La compra pensando di trasferirsi lì con la moglie Federica e il figlio Giulio. Ma Toschi è un uomo che segue la religione del lavoro, (non un manager nel senso che comunemente si intende) è che il suo lavoro è ciò che ha di più importante e non importa se i rapporti familiari si guasteranno, lui continuerà a seguire la produzione delle sue piastrelle con i suoi dipendenti/amici.

Man mano che la narrazione procede, va avanti anche il tempo: la trasformazione di quei luoghi  dove adesso ci sono baracconi al posto degli alberi, i bar dove bere il vino e la birra, il mutare delle vite degli altri personaggi: la moglie, il figlio e la compagna Chiara, suo nipote Giacomo.

C’è la casa, su in montagna, dove rimarrà da solo e dove gli pare di sentire voci. Invecchia, diventa nonno, non risolve il rapporto conflittuale con il figlio fino all’uscita dall’azienda, non sa se ha amato sua moglie, vede qualcuno nuotare in una piscina che non c’è più. Ma non sembra farsene un cruccio. È la sua vita, non ce n’è un’altra. È così come gira nei luoghi dove vivi, non sembrano essercene altri.

Toschi finisce per vivere tra il sonno e la veglia, dove realtà, visioni e ricordi si confondono.

Niente è simbolico in questo romanzo, la natura non è mai idealizzata: è un ambiente concreto, fatto di boschi, sentieri, animali, stagioni e lavoro. Lo stesso ciclo che accompagna le esistenze dei personaggi, ed è quello che detta i tempi della narrazione.

Tutto è naturale, inevitabile, normale. E ciò che rimane in sospeso lì resta. L’autore preferisce mostrare le persone nelle loro fragilità, i conflitti come gli sguardi, come ciò che avrebbe potuto essere e non è stato e se non è stato non doveva essere.

Il punto di forza è l’atmosfera, costruita con pazienza, perizia nella scelta delle parole,  e una coerenza narrativa che non si inceppa mai.

Scivoliamo nel ritmo lento, misurato, che in fondo è quello della montagna quando non la sfidiamo. È la vita com’era e com’è.

La casa del dormiveglia è un romanzo che non cerca di impressionare chi legge, piuttosto lo accompagna in una storia, dimostrando come Sandro Campani sia uno degli autori italiani più coerenti nel raccontare il mondo delle aree interne e il rapporto tra le persone e i luoghi che abitano.

Il lavoro può divorare l’anima, farla a brandelli, ridurci a sentire voci che non abbiamo ascoltato e l’ombra di quella mano in copertina ricorda che spesso l’ombra da cui fuggire può essere proprio la nostra.

“Il bambino  si è calato dalla roccia, sul lato tondo della Pagnotta; non ha avuto neanche bisogno di girarsi, è sceso guardando all’avanti, puntando i piedi e scivolando sulle chiappe. Toschi è passato sul lato del bosco, in mezzo ai faggi grandi, tocca quei rami orizzontali: ha la sensazione d’esserne ignorato, tenuto fuori da un segreto; in terra c’è piano di foglie, si affonda fino alle caviglie (…) gli viene da pensare scioccamente alla cioccolata che si dimentica in tasca, e  si scioglie, poi risolidifica in una nuova forma. Una forma che ha una sua intelligenza.

I rami gli frusciano intorno, per un venticello che penetra nel bosco: non è una vibrazione, e neanche un suono, è qualcosa che sta nel mezzo.

Giacomo s’è annoiato nella parte tonda, sta provando a salire da questa (…)

Fra tre minuti andiamo, abbiamo promesso – dice Toschi. Gli è venuta a girare un po’ la testa. È stanco, e ha freddo. Si siede su una pietra, a qualche metro dal bambino, invece di stargli sotto badando che non cada.”

IL ROMANZO

Ci sono uomini che per tutta la vita non fanno altro che rincorrere se stessi. Convinti che il futuro, quando arriverà, potrà ricompensarli della fatica. Toschi è uno di loro: il suo mondo inizia e finisce nell’azienda di ceramiche di cui è proprietario. Ha poco tempo da dedicare alla famiglia, solo nei fine settimana riesce a caricare in macchina moglie e figlio per rifugiarsi nella casa in montagna. Le notti che passa tra quelle mura, però, anziché dargli un po’ di tregua, lo proiettano in una dimensione dove ogni sua scelta sembra chiedergli il conto. Sarà proprio in quel limbo tra il sonno e la veglia, districandosi tra simboli e presagi, che si avvicinerà a un’imprevedibile rivelazione.

La casa del dormiveglia racconta di un lavoro che mangia l’anima, e che spinge a dubitare di qualsiasi cosa – anche della propria ombra. Perché quando tutto comincia ad andare a rotoli, le possibilità sono sempre e soltanto due: provare a reagire o abbandonarsi alla caduta.

Tutto ruota attorno a una casa di montagna, una villetta bifamiliare costruita negli anni Settanta. Toschi l’ha acquistata non troppo distante dal paese in cui è cresciuto con l’idea di trasferirsi lí con Federica e con Giulio, il loro bambino. I soldi a Toschi non mancano: è il proprietario di un’azienda di ceramiche in una valle dell’Appennino, e il lavoro gli riempie la vita. Ci sono i rapporti da tenere con i fornitori, con i clienti e con il laboratorio. C’è la produzione da sorvegliare. E poi c’è il forno, la cui bocca sputa fuori le piastrelle fatte di quell’argilla che un tempo si estraeva dalle colline nei dintorni e che ha reso ricco e devastato un territorio intero. Insomma, Toschi è un uomo devoto alla religione del lavoro, che a certe latitudini sembra l’unico modo per stare al mondo. Si è sempre pensato un tipo pratico, che sa godersela senza eccessi. Eppure Federica lo sopporta sempre meno, e Giulio ora che sta crescendo gli sembra un estraneo. Cosí ben presto Toschi si ritrova ad abitare da solo nella casa di montagna, in uno dei due appartamenti speculari che la compongono. Dall’altra parte non vive nessuno. La siepe è potata, le piante sembrano ben curate: se c’è un giardiniere che passa, non si vede mai. Anche la vicina che sta in fondo al campo ne sa poco. Ma sa diverse cose sull’inquilino precedente, cose su cui l’agente immobiliare che ha venduto la casa è stato volutamente vago. Ha sempre dormito male, Toschi, e le notti che passa in montagna aumentano questo disturbo. Gli sembra di sentire voci e rumori provenire al di là del muro, a cui non riesce a dare una spiegazione. Via via che le cose importanti della sua vita gli sfuggono di mano lasciandolo solo, si convince che la parte vuota della villetta sia un luogo da cui è meglio stare lontani. Ma questo non è un racconto gotico, non ci sono fantasmi o case stregate. Ci sono soltanto le persone, con i loro pregi e i loro difetti. Libro dopo libro, Sandro Campani ha disegnato nell’Appennino tosco-emiliano una geografia affettiva popolata da personaggi dolenti e vitalissimi, che litigano, discutono, si amano o si odiano mentre il tempo non smette di scorrere. La casa del dormiveglia rinnova la tradizione italiana dei romanzi sul lavoro, facendo emergere con il procedere della trama un’atmosfera squisitamente lynchana. Con voce calda e ipnotica da cantastorie, Campani ci suggerisce che i luoghi da noi abitati possono comportarsi proprio come fanno le persone: scegliendoci o rifiutandoci.

L’AUTORE

Sandro Campani vive e lavora in un paese dell’Appennino tosco-emiliano, dove è nato nel 1974. Ha pubblicato È dolcissimo non appartenerti piú (Playground 2005), Nel paese del Magnano (Italic Pequod 2010) e La terra nera (Rizzoli 2013). Per Einaudi ha pubblicato Il giro del miele (2017), I passi nel bosco (2020), Alzarsi presto. Il libro dei funghi (e di mio fratello) (2023 e 2026) e La casa del dormiveglia (2026).

RECENSIONI

FABRIZIO COSCIA

https://caspiar.substack.com/p/la-meta-oscura-della-vita

MICHELE VACCARI

https://www.labalenabianca.com/2026/06/24/emdove-alligna-la-provincia-oscura-em/

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑